Una Gelsomina felliniana con il gusto della fiaba

Quanto sia sterile, stantia la nostra vecchia logica, lo dimostra Il giocoliere, album d’esordio di Momo. Che non è soltanto la cantante-autrice di La fondanela, svelata da Chiambretti all’ultimo Sanremo. Momo è molto di più: è l’ultima reincarnazione della Gelsomina felliniana, è la sfida disarmata della fantasia alla violenza del nostro mondo. È un’emissaria del circo dei sogni mandata a insinuare, nel gelido frastuono dell’èra tecnologica, l’antidoto prezioso del dubbio. È, insomma, la prova vivente che l’irrazionalità potrebbe essere la sola salvezza, contro l’ormai decrepita razionalità in cui filosofi ed economisti ci costringono a vivere come in un carcere senza fiori.
Per questo Il giocoliere è un album utile e rivelatore. Perché rivela la forza illuminante del nonsenso come dispensatrice di senso, il gusto del gioco e della fiaba come strumenti d’una nuova epopea, e magari d’un nuovo realismo, attento alle ragioni del sogno non necessariamente meno vere del vero. Donde la proposta, apparentemente surreale, d’un Buon governo presieduto da Mandrake «venditore d’illusioni», e composto da Topolino, Pippo, Dylan Dog, Batman, Robin, Superman «giramondo/ con l’Ombra che cammina addetta al terzo mondo», e Paperone, e Qui Quo e Qua.
Ecco così che, come in un quadro di Miró o in un paradosso di Dalí, le parole di Momo-Gelsomina cessano di essere enigmatiche per esibire una chiarezza che si rivela altamente conoscitiva. Basta leggerle con la purezza di cuore e lo stupore inerme con cui sono state scritte. Senza dedicare troppo tempo a chiedersi che cosa significhi, che so, «quando guerra s’avanza l’Onu va in vacanza a Honolulu/ nascono dai qui pro quo le ragioni di Totò/ d’estate tra le cinque e le sei/ tra i pomodori passa la madonna di Pompei». Significa, né più né meno, quello che la nostra fantasia d’ascoltatori vuole che significhi. Basta non confondere l’estro visionario con l’allucinazione, o peggio con la cecità: ché del resto «il cieco è uno che non sa distinguere perché non vede/ ma dalle mie parti non perde di vista mai niente/ di quello che c’è». Appartenga, da umile Omero del Duemila, alla razza quasi estinta dei poeti ciechi ma veggenti, capaci di quel «qualcosa di astratto che renda concreta la via», Momo-Gelsomina, con quella voce di petulante bellezza, quelle musiche da circo felliniano, quelle metafore che metafore non sono, sono semmai fotogrammi scattati da angolazioni inopinate, plana nel nostro tempo scettico come una non differibile opportunità. O come un salvagente: ché in una civiltà di uomini «ridicoli/ vestiti di cazzo e parole», ecco, è utile perdersi nella libertà d’una fantasticheria «che si muove danzante/ come sull’onda la schiuma bianca». Col semplice aiuto di un pianoforte, due bombardini, un clarinetto, un mandolino: ché la chiaroveggenza dei sognatori non ha bisogno, Fellini e Rota insegnano, di tecnologie sofisticate o di grandi orchestre.