Il generale dei carabinieri: giudici generosi coi delinquenti

È stata la pistola del malvivente che era in semilibertà a colpire uno dei militari. Il ministro Castelli: «Troppa discrezionalità dei magistrati. Serve intervenire sulla legge»

Andrea Acquarone

da Milano

Si sa, quello del guardasigilli Castelli è un refrain già ascoltato. Il lavoro dei magistrati non sempre lo «soddisfa». Lo dice da sempre, lo ha ripetuto anche adesso. Ma stavolta trovando una sponda quantomeno insolita, visto il motto dell’«usi a obbedir tacendo».
Divisa nera da carabiniere su cui brillano tre stellette con una «greca», Gianfranco Siazzu è generale di Corpo d’Armata e comandante interregionale della divisione Pastrengo. Eppure stavolta, rompe la consegna del silenzio. Qualcosa da rimproverare alle classe «togata» ce l’ha pure lui.
Ieri è andato in ospedale a trovare il «suo» militare ferito nella sparatoria di sabato sera coi banditi, a Cusano Milanino. E seppur con garbo, uscendo, non ha usato circonlocuzioni. Uno strappo alla regola, niente fuori dalle righe, per carità, eppure per chi conosce le tradizioni austere dell’Arma, qualcosa di insolito. Segno di un termometro pericolosamente vicino al grado di insofferenza. Basta ascoltarlo: «Abbiamo notevoli perplessità su questa situazione dei permessi che vengono elargiti, a nostro avviso, con troppa generosità», attaccca Siazzu ai microfoni della Rai. Accanto al generale un altro generale, ovvero il comandante regionale dell’Arma, Antonio Girone.
«Ritengo - prosegue Siazzu - che si dovrebbero esaminare queste concessioni con un po’ di maggiore severità e attenzione, altrimenti ci ritroviamo in continuazione di fronte a questi episodi di violenza che vedono coinvolta gente che già era stata reclusa».
A buon intenditor poche parole. Come dire: troppo larghe le maglie della giustizia, troppi benefici, troppe concessioni a individui pericolosi che escono con troppa facilità dalla galera.
Esattamente ciò che sostiene il ministro della Giustizia Roberto Castelli. Che ribadisce, semmai ve ne fosse bisogno: «Serve rivedere le norme per la concessione della semilibertà ai detenuti». «Stante il fatto che i continui appelli a una meno letterale interpretazione della legge e alla discrezionalità del magistrato restano inascoltati - aggiunge il Guardasigilli -, occorre intervenire con una revisione delle norme inerenti l’ammissione al regime di semilibertà e le concessioni premiali ai detenuti». Poi ancora una punzecchiatura: «È da rilevare che una delle tante leggi varate da questo governo e aspramente contestata dalla magistratura e dall’opposizione, la cosiddetta ex Cirielli, andrà a punire maggiormente i recidivi e sarà quindi d’aiuto affinché situazioni come questa (il rapinatore ferito era detenuto per una serie di condanne legate a furti aggravati, droga e porto abusivo d’armi, ndr) non si ripetano».
Le indagini ora aggiungono qualche particolare destinato a rinfocolare le polemiche. Sembra, infatti, che proprio dalla pistola di Michele Trotta, il bandito di 35 anni in semilibertà rimasto ferito nel conflitto a fuoco, sia partito il colpo che ha raggiunto al fianco il carabiniere Francesco Castronovo.
Trotta era da un paio d’anni in semilibertà, concessagli dal giudice di sorveglianza di Brescia e gli investigatori sospettano che in questo periodo possa avere partecipato ad altre rapine. Lasciava il carcere di via Gleno, a Bergamo, dove si trovava per una serie di furti e rapine, alle 7.30 della mattina per farvi ritorno alle 22. Ufficialmente lavorava come magazziniere alla cooperativa Calimero di Albino, creata nel 1991 per offrire un’occupazione a persone con problemi di inserimento sociale, e avrebbe finito di scontare la pena nel 2009. ma nel weekend, come un qualunque, tranquillo e libero impiegato, viveva da uomo libero con il permesso di andare a trovare la madre, a Nova Milanese. Davvero libero di dedicarsi al suo vero lavoro: le rapine.