Il generale in guerra con Bertinotti sceglie di vivere nell’ex Leningrado

Dopo una vita passata a obbedire e a far obbedire, al generale Gianalfonso D’Avossa è toccato un intollerabile contrappasso: un nipote che fa il portavoce dei Disobbedienti romani. Si chiama Anubi, come il dio egizio dalla testa di sciacallo. Dovrebbe firmarsi Anubi Lussurgiu D’Avossa. Invece preferisce presentarsi come Anubi D’Avossa Lussurgiu, così, quando sui giornali gli accorciano d’ufficio il cognome, può esporre la parte migliore di sé. Milita in Rifondazione comunista e scrive su Liberazione, dopo essere stato leader della Pantera e sodale dei giottini che misero a ferro e fuoco Genova.
Si comincia dunque a capire come mai sul sagrato della basilica di San Paolo a Roma, al termine dei solenni funerali del caporal maggiore scelto Alessandro Pibiri ucciso a Nassiriya, il generale D’Avossa abbia affrontato Fausto Bertinotti dandogli a gran voce, in mezzo alla folla, dell’«opportunista di turno». «Non le rispondo, si qualifica con le sue parole», ha cercato di difendersi la terza autorità dello Stato, illividita. E D’Avossa: «Certo, io mi qualifico ma lei resta l’opportunista di turno».
Adesso dice che proprio non ce l’ha fatta a resistere, quando ha udito il rifondarolo presidente della Camera che pontificava con i cronisti: «Questi sono i giorni del lutto, poi verranno i giorni della politica». «Ma come si permette? Proprio lui, un marxista, manipolatore di verità! Uno che appena una settimana prima, alla parata del 2 giugno, aveva salutato il passaggio di ogni reparto sollevando provocatoriamente il bavero della giacca su cui teneva appuntata la spilletta della pace. Uno che s’è insediato su quello scranno ricattando la maggioranza. Uno che ha fatto eleggere una senatrice per la quale la vita militare è merda, e voleva pure imporre questa signora alla presidenza della Commissione difesa».
La guerra privata del generale è cominciata molti anni fa, quando sua sorella, la madre di Anubi, «decise disgraziatamente di diventare più maoista dei cinesi». Di mezzo c’era sempre quel cognome che il nipote («non lo vedo dal 1993, dal giorno del funerale di mia madre: era un ragazzo colto, preparato, sensibile, e guardi che cosa ne hanno fatto») profana con disinvoltura. Sì, perché Giovanni D’Avossa, nonno del disobbediente, era il capitano che nel 1941 tenne testa all’esercito britannico a Bardia, sul confine fra Libia ed Egitto, facendo scrivere al generale tedesco Erwin Rommel nel proprio diario: «Tutto è crollato. Ma i carri Ariete combattono». Eroismo che gli valse la medaglia d’oro al valor militare su segnalazione, caso unico, del nemico.
Un uomo tutto d’un pezzo, Giovanni D’Avossa. Nell’estate del 1940, quando il figlio Gianalfonso aveva pochi mesi di vita, si rifiutò di scendere in guerra contro la Francia. Siccome era amico personale del principe Umberto, spedì un sergente maggiore da Torino a Napoli per consegnargli una lettera che, nel rispetto dei pronomi dettati dall’etichetta, dal fascismo e dal cuore, cominciava così: «Come farà Lei, come farete Voi, come farai Tu a prendere le armi contro la nazione che ha aiutato i Savoia a fare l’unità d’Italia? Non confondere il tuo nome con quello del regime». E da allora non gli rivolse mai più la parola. «Passati 38 anni», racconta il figlio, «informai papà che avrei cercato di farmi ricevere da Umberto a Cascais mentre ero in viaggio con mia moglie in Portogallo. Lui prese dalla biblioteca un’edizione rara della Divina Commedia e me la porse: “Consegnala al re da parte mia”. Il sovrano volle trattenermi a cena a Villa Italia. Al momento del congedo si commosse: “Ringrazia tuo padre. E digli che aveva ragione lui”». Intanto la signora D’Avossa, fresca di nozze, attendeva sola soletta e a digiuno in albergo a Lisbona. Il che in parte spiega la successiva sentenza di nullità del matrimonio emessa dalla Sacra Rota.
In fierezza e rigore morale il figlio ha preso dal padre. Per piegarne il carattere le hanno tentate tutte. Ammesso quattordicenne alla Nunziatella, in 42 anni di servizio gli hanno cambiato sede 23 volte, destinandolo a 31 incarichi diversi, dal 19° artiglieria Rialto al comando della divisione Ariete, da direttore del Centro alti studi della Difesa a ufficiale di stato maggiore della Nato a Bruxelles. Ha battagliato con Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Giovanni Spadolini, Marco Pannella, Giacomo Mancini, Alessandra Mussolini, Raiuno («nella fiction su Cefalonia ha rappresentato i soldati italiani come deboli e impauriti, mentre nella realtà erano uomini forti»), le puttane di Pordenone («il capogruppo dei verdi voleva che la cittadinanza onoraria alla brigata Garibaldi fosse estesa al Comitato per i diritti civili delle prostitute: l’ho querelato»), infine con lo stesso esercito. Dieci anni fa si dimise inviando un vibrante «j’accuse» al presidente Oscar Luigi Scalfaro. Non potendo addomesticarne i comportamenti, l’avevano trascinato nel fango, accusandolo d’ogni nequizia: abuso d’autorità, ingiurie, maltrattamenti, minacce, peculato continuato, truffa, persino legami con la mafia russa. «Tutte imputazioni dalle quali sono stato assolto con formula piena».
Ma la Corte d’appello le ha confermato la condanna per aver intimidito un subalterno dicendogli che lo avrebbe spedito a fare il turno in polveriera la notte di Natale.
«Per quella non ho neppure presentato ricorso, avendola rubricata fra i casi di stupidità militare. I fatti andarono diversamente. Il sottufficiale aveva il compito di capo macchina, cioè sedeva accanto all’autista, forse per evitare che s’addormentasse o finisse nel fosso. Quando finalmente tornò in caserma, con grave ritardo, si giustificò sostenendo che aveva sbagliato strada. Al che gli dissi: non si dispiaccia, ma anche un cane sa ritrovare la via di casa».
Era così severo con i soldati?
«La severità diventa una necessità per essere imparziali. Sono rigoroso prima di tutto con me stesso. Davo del lei a tutti, generali e reclute. Fuori servizio, se s’instaurava un rapporto umano, passavo al tu e pretendevo altrettanto. Ricordo che da giovane tenente presi di mira un soldato sardo, Puddu si chiamava. Un giorno, all’ennesima osservazione, mi guardò carico d’odio: “Signor tenente, lei ha dimenticato una cosa”. Che cosa avrei dimenticato, su, dimmi. “Ha dimenticato che io non ho nemmeno la quinta elementare”. Il giorno dopo radunai la batteria e annunciai: da oggi l’artigliere Puddu è il caporale Puddu. Perché ha avuto il coraggio di dare una lezione al suo tenente, dicendogli in che cosa sbaglia».
E la storia del saluto militare all’ariete Martino, un caprone davanti al quale i soldati dovevano scattare sull’attenti?
«Inventata. Mi hanno prosciolto anche da questa accusa. Martino IV lo trovai al mio arrivo nella caserma Zappalà di Aviano. Era la mascotte fin dai tempi della guerra. Presumo che oggi ci sia Martino V o VI».
Sarà stata dura, per uno come lei, affrontare il tribunale militare.
«Sono arrivato al punto da sentirmi rinfrancato per il fatto d’essere senza moglie, senza figli e d’aver perso mio padre prima di questa persecuzione. Incontrai in aeroporto un generale della Finanza che era accusato di peculato come me: un mese dopo, a Trieste, si suicidò. Pensai che dovevo prestare attenzione a non indebolirmi. Mi fu di grande conforto il biglietto d’auguri speditomi per Natale da un maresciallo maggiore: “Col suo arrivo all’Ariete siamo tutti più stanchi, tutti più stressati, ma ci sentiamo tutti più importanti”. Dopo le assoluzioni, il capo di stato maggiore non si degnò nemmeno di telefonarmi».
S’è fatto un’idea del perché queste disavventure siano capitate proprio a lei?
«La mia unica debolezza è che non sono mai stato massone. Nonostante lo fosse mio bisnonno Giovanni, deputato e senatore del Regno, che estese lo Statuto albertino al Meridione. Allora la massoneria promuoveva i diritti, oggi solo le carriere».
Le è andata male anche in politica.
«Due candidature nella Dc, una nel Psdi e una offertami da Ugo La Malfa nel Pri, subito ritirata: dalla Cina intervenne Spadolini, strepitando perché non mi presentassero come sindaco di Milano».
Non è riuscito neppure a far traslare nel Pantheon la salma del suo amato Benedetto Croce.
«Nel 1958 ero all’Accademia di Modena. Mi convoca il generale Giovanni De Lorenzo, capo dei servizi segreti, amico di mio padre. Vado. Al suo fianco ha il responsabile del Sifar di Bologna. Mi lascia sull’attenti: “Giovanotto, lei parla troppo. E in giro si parla troppo di lei. La smetta di fare comizi e lasci perdere quel Croce, che qui lo prendono per Marx”».
Era un golpista sì o no, De Lorenzo?
«Glielo chiesi mentre stava morendo a Villa Flaminia: generale, per suo figlio, per la verità storica, non se ne vada senza aver spiegato che cos’era il Piano Solo».
Glielo spiegò?
«“È troppo tardi”, mormorò. Io mi sono persuaso che fosse un progetto legittimo ispirato dal presidente Segni per fronteggiare un’eventuale emergenza democratica. Segni ebbe un ictus cerebrale perché Saragat lo aggredì, incolpandolo di preparare un colpo di Stato».
Perché ha scelto di vivere a San Pietroburgo?
«I miei genitori, che avevano il senso della storia, mi hanno insegnato che un grande attore si vede da come esce di scena, non da come ci entra. Essendo di madre americana, se fossi emigrato negli Stati Uniti, dove godo della stima di personaggi come Henry Kissinger, sarebbe apparso un fatto scontato. Vuol mettere la Russia? Il giorno dopo le dimissioni ero già là».
Ma perché proprio la Russia?
«È quello che mi chiese un ambasciatore, con aria viscida, quando Carlo Azeglio Ciampi visitò l’Hermitage: “Dimmi la verità, ma che cosa fai tu quassù?”. Gli risposi: tutto quello che pensi, e anche di più».
E cioè?
«Con alcuni amici americani, fra cui il rettore del Bard College di New York, ho fondato presso l’università di Stato, la più antica della Russia, una facoltà di arti liberali e scienze. Collaboro con Zhores Alferov, premio Nobel per la fisica, che insegna nell’ex Leningrado dal 1952».
Il canale satellitare Ntv l’ha definita «spionski Vatikan», spia del Vaticano.
«Un’incomprensione nata da un’intervista nella quale caldeggiavo la visita del Sommo Pontefice, “Rimski Papa” come lo chiamano loro, a San Pietroburgo, città intitolata a San Pietro e non a Pietro il Grande, come tutti pensano. Lavoro per il dialogo fra cattolici e ortodossi».
Ha combattuto la Russia, ora ci vive. Non è un paradosso?
«No, non lo è. Il comunismo aveva esercitato su di me, feroce anticomunista, una suggestione enorme: quella di farmi credere che l’Urss fosse un monolito. Non lo era per niente. È stata una mistificazione planetaria. Cadute le ideologie, il vero spirito del popolo russo è venuto fuori».
Ha avuto noie dopo lo scontro con Bertinotti?
«Un maresciallo in borghese della scorta voleva identificarmi. Ho pronunciato a voce alta il mio cognome. Un superiore gli ha subito fatto cenno di restituirmi i documenti. Mentre m’allontanavo, un’auto della polizia ha preso a seguirmi. Ho pensato: è la volta che m’arrestano. Svoltato l’angolo della basilica, i due agenti sono scesi per complimentarsi. Quando Bertinotti arriva nei salotti romani dove sono invitato abitualmente, mi alzo e me vado all’istante. Ho orrore d’un politico che si batte per la rifondazione del comunismo».
Certo che i nemici va proprio a cercarseli.
«Un giorno, avevo 24 anni, mio padre mi portò a Torre del Greco a conoscere Enrico De Nicola. Il primo presidente della Repubblica mi disse: “Ricordatevi, giovanotto, che noi napoletani non siamo dei lazzari scostumati ma uomini di carattere. Così è stato vostro nonno, così è vostro padre, così siate voi!”. Non l’ho mai dimenticato».
Fece uscire dai gangheri Pertini.
«Scrissi che avrebbe dovuto accorrere nell’Irpinia terremotata, anziché rimanersene in vacanza a Nizza. Si offese a morte, ma diede ordine di non torcermi neppure un capello».
Poi Spadolini.
«Si coprì di ridicolo col provvedimento delle mamme in caserma. Intratteneva ambigui rapporti con l’industria degli armamenti. Non era più ministro della Difesa e continuava a occupare alloggi di servizio nella foresteria degli ufficiali e nella caserma dei carabinieri».
Poi Mancini.
«Ero a un comizio del leader socialista all’albergo Leonardo da Vinci. Si alza un soldato con le mostrine dei granatieri di Sardegna e grida: “Eliminiamo questi boia fascisti di ufficiali!”. Mi alzo anch’io e gli intimo: lei stia punito! L’indomani mi hanno trasferito da Roma a Sequals, 650 chilometri».
Poi Pannella.
«Durante la seconda marcia antimilitarista da Redipuglia a Peschiera i radicali bivaccavano sui monumenti ai caduti. Io ero capitano a Pordenone. Lo denunciai. Ci rimisi, prim’ancora d’iniziarla, la collaborazione con L’Espresso».
Ma no!
«Sono amico dell’editore, il principe Carlo Caracciolo di Castagneto. Il contratto me l’aveva offerto lui. Il giorno dopo la querela a Pannella mi scrisse il direttore Livio Zanetti: “È intervenuto un fatto nuovo che ci costringe a rinviare l’accordo. La denuncia da lei presentata modifica la sua figura di esperto al di sopra delle parti”».
Se l’è presa persino con Alessandra Mussolini.
«Con quel cognome non dovrebbe stare in Parlamento».
Le colpe dei nonni ricadano sui nipoti?
«Pensi se al Bundestag sedesse il deputato Hitler. È questione di sostanza. Quali meriti ha questa signora? Era un’attricetta che posava per Playboy. Fosse Eleonora Duse, capirei».
Non le manda a dire.
«Quello che ho da dire lo scolpisco sui muri. In una lapide, ispirandomi al diario di Rommel, feci incidere il motto Ariete combatte. La vide un generale: “Non sarebbe meglio mettere Ariete lavora?”. Lavora? Siamo soldati, non formiche. In tutte le caserme dove sono stato ho fatto murare una targa con gli articoli 2 e 3 della Costituzione, diritti e doveri del cittadino».
Fervente repubblicano.
«Come tutti in famiglia. Nel 1989 scrissi io la lettera con cui il principe Vittorio Emanuele riconosceva la Repubblica italiana. Gliela feci firmare a Ginevra e poi la recapitai al presidente Cossiga, al premier Andreotti e al ministro Vassalli».
Vale ancora la massima «Si vis pacem, para bellum»?
«Non credo. Dal conflitto di Corea a oggi non c’è una sola guerra che si possa studiare dal punto di vista militare, poiché nessuna ha raggiunto gli obiettivi per cui era stata dichiarata. Non ci sono più i generali di una volta, alla George Patton, che avevano magari i loro difetti ma erano anche capaci d’avanzare per 500 chilometri al giorno. Oggi la guerra è burocrazia. L’attuale gabinetto del ministro della Difesa conta 220 persone. Ai tempi di Andreotti ne bastavano 25».
Che cosa pensa delle missioni di pace dei soldati italiani?
«Un modo intelligente per farci conoscere».
Anche per farci ammazzare.
«Difendono la pace, ma sono pur sempre soldati. Altrimenti mandiamo la Croce rossa. C’è un valore morale nelle armi».
Dopo l’Irak, toccherà all’Iran?
«Spesso nella storia gli straccioni hanno messo in crisi i grandi. Sono per il primato della politica. Ma questa deve parlare se ha qualche chance di produrre un risultato. Mi trovavo a New York quando Prodi ha voluto incontrare il presidente iraniano Ahmadinejad. Che cosa ha ottenuto? Niente. Solo sconcerto nell’opinione pubblica».
Com’è che non si riesce a mettere insieme fra tutti gli eserciti del mondo l’unico contingente utile, quello per catturare Osama Bin Laden?
«A che cos’è servito il raid aereo di Ronald Reagan contro il dittatore libico Gheddafi? Siamo democrazie evolute e dichiariamo guerra a una persona? Che senso ha? Bin Laden bisogna eliminarlo ma senza dirlo. Perché, se falliamo, ne facciamo un mito».
(348. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it