Il generale Mori smentisce l’ex guardasigilli Conso sul carcere duro ai boss: «Ha raccontato due verità»

Altro che trattativa con la mafia. Altro che trattamento preferenziale per l’allora latitante Bernardo Provenzano. Il Ros, nel 1993, «era per il mantenimento del 41 bis senza annacquamenti di sorta». Gli annacquamenti – e la storia racconta che ci furono davvero, visto che tra novembre del ’93 e il gennaio del ’94 il regime di carcere duro non fu rinnovato per centinaia di boss –, furono altri a farli. E anzi, qualcosa da chiarire ce l’ha l’ex Guardasigilli Giovanni Conso: perché l’allora ministro oggi dice di avere deciso autonomamente di non calcare la mano col carcere duro per fermare le stragi; ma nel 2002, sentito dal Pm di Firenze Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi, Conso aveva detto il contrario, sostenendo che la sua «determinazione» a sostegno del carcere duro per i boss era «sempre stata chiara e convinta».
Passa al contrattacco il generale Mario Mori, già sotto processo a Palermo (e assolto) per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, e ora di nuovo alla sbarra, sempre a Palermo, con l’accusa di favoreggiamento aggravato alla mafia. E per smentire uno dei testi d’accusa del suo processo, l’ex Pm di Palermo oggi giudice a Roma Alfonso Sabella, che ha parlato di «scarsa limpidezza» di condotta del Ros nella gestione delle inchieste, rivela anche un nuovo tassello da incastrare nel teorema della trattativa Stato-mafia all’indomani delle stragi: la doppia verità dell’ex ministro di Giustizia Giovanni Conso a proposito della conferma del regime di carcere duro per i boss.
Un passo indietro di qualche mese. Nel novembre scorso l’ex Guardasigilli, sentito in commissione Antimafia, ha rivelato di aver scelto, nel ’93, di non rinnovare il 41 bis per fermare le stragi. Una dichiarazione, a 17 anni di distanza, che ha provocato una ridda di polemiche. Una dichiarazione che, l’ha detto il generale Mori ieri portando i verbali della testimonianza a Firenze di Conso, l’ex ministro si era ben guardato dal fare davanti ai magistrati. Ecco cosa aveva detto al Pm Chelazzi: «Peraltro il tema del rinnovo dei decreti ex 41 bis era in quel momento (marzo 1993, ndr) senz’altro prematuro e quindi io mi riservavo di farne oggetto di ulteriori, più aggiornate, meditazioni. E feci, a mio avviso, senz’altro bene, perché gli eventi successivi, e in particolare la strage di Firenze (l’eccidio di via dei Georgofili, il 27 maggio del 1993, ndr) mi convinsero nel modo più assoluto della necessità di mantenere fermo il 41 bis e di rinnovare i decreti». E ancora Conso, a proposito di un appunto del giugno del ’93 sullo stesso tema: «Ribadisco che la mia determinazione di rinnovare in linea di massima i decreti emanati dal mio predecessore è sempre stata chiara e convinta sin dal momento in cui ho cominciato a dedicarmi in modo specifico e responsabile al problema, nell’approssimarsi quindi della scadenza dei decreti». «L’atto – ha ricordato Mori – venne chiuso senza che il professor Conso facesse menzione della successiva, repentina modificazione del suo atteggiamento. Resta da vedere il perché di questa importante omissione».
Mori, che del Ros è stato comandante, ha ricordato tutte le prese di posizione ufficiali del Ros a favore del 41 bis. E ha ricordato anche le indagini svolte dal Ros che svelarono le trame di Balduccio Di Maggio, il pentito diventato celebre per il racconto del fantomatico bacio tra Riina e Andreotti e poi arrestato perché era tornato a uccidere. Di Maggio era legato a Provenzano, ha detto Mori, e proprio il Ros lo incastrò. Quindi, se mai trattativa tra lo Stato e Provenzano e la mafia c’è stata, si deve guardare altrove.