Ma il generale-presidente non è il male peggiore

E se avesse ragione Musharraf, quando afferma che il ricorso allo stato di emergenza è il modo migliore per salvare il Pakistan dal caos? La domanda non è certo politicamente corretta, visto che la sospensione della Costituzione ha comportato l’arresto di migliaia di oppositori, il licenziamento dei giudici della Corte suprema e una severa censura sui media. Con il generale non sembrano d’accordo neppure gli Stati Uniti, che lo hanno invitato a fare marcia indietro e rimesso in discussione - sia pure solo a parole - il loro generoso piano di aiuti. Ma se esaminiamo gli scenari che si aprirebbero in caso di uscita di scena del generale, c’è davvero poco da stare allegri; e vien fatto di rievocare quello che altri presidenti americani dissero, durante la guerra fredda, quando venivano invitati a dissociarsi da altri dittatori schierati al loro fianco: «Sarà anche un figlio di p…, ma almeno è il nostro figlio di p…».
Musharraf ha ragione su almeno tre punti: 1) La minaccia del terrorismo islamico, che ha fatto 150 morti a Karachi proprio in occasione del rientro di Benazir Bhutto dall’esilio, richiede una risposta forte, che soltanto l’esercito può dare. È vero che il generale non ha avuto finora grande successo nel contrastare i talebani annidati lungo la frontiera con l’Afghanistan, dove si nasconderebbe anche Bin Laden; ma è altrettanto vero che ultimamente ha moltiplicato i suoi sforzi e che, se la campagna nelle province del Nord-Ovest dovesse conoscere una lunga pausa, i ribelli avrebbero la possibilità di intensificare l’offensiva contro Kabul mettendo la missione Nato in serie difficoltà.
2) La democrazia, come noi la intendiamo, non è necessariamente un toccasana per il Pakistan. Entrambi i leader politici che ora reclamano le dimissioni del generale nella speranza di riprendersi il potere attraverso le urne - la stessa Bhutto e Nawar Sharif, che pur detestandosi a vicenda hanno espresso l’intenzione di coalizzarsi contro di lui - sono già stati primi ministri, dando vita ad amministrazioni tanto corrotte quanto inefficienti. Il loro presunto sostegno popolare è basato più su pacchetti di voti garantiti da signori feudali e capitribù che sul prestigio personale.
Il New York Times, che pure è contro Musharraf, ha appena pubblicato un ritratto devastante di Benazir, avallando buona parte delle accuse mosse contro di lei e archiviate il mese scorso dal generale per consentirle di rientrare dall’esilio. Se il regime ha deciso di metterla momentaneamente agli arresti domiciliari, è perché si apprestava a infrangere la legge guidando una manifestazione di massa. E per dirla tutta, neppure gli altri oppositori di Musharraf sono cavalieri senza macchia e senza paura: il presidente della Corte suprema Chaudhry, che a coronamento di una faida personale si apprestava a invalidare l’elezione di Musharraf, ha invitato il popolo a insorgere contro il suo licenziamento senza troppo preoccuparsi dello spargimento di sangue che ne sarebbe seguito.
3) Il ricorso allo stato di emergenza, in una condizione di effettiva emergenza, non è impopolare come dicono la Bhutto e Sharif e come sostengono molti media. Se Musharraf probabilmente esagera quando afferma che ha il sostegno del 70 per cento dei pachistani, la modesta partecipazione alle manifestazioni di protesta indica che molti temono una campagna elettorale fuori controllo e il ritorno a un regime parlamentare che in passato ha dato esiti abbastanza disastrosi.
Perciò, se Musharraf manterrà davvero i suoi impegni di ripristinare la Costituzione appena la situazione si sarà calmata, di dimettersi dall’esercito per esercitare la presidenza come “civile” e di indire elezioni entro il 9 gennaio, gettarlo a mare sarebbe un errore. Non è certo un santo né un alleato ideale, ma in situazioni come quella pachistana, un po’ di Realpolitik è indispensabile.