Generali ancora nel mirino Fondo Templeton all’attacco

Contestati i piani per gli Usa. La compagnia risponde: «Sono opportunità. Miriamo solo al valore dei soci»

da Milano

A pochi mesi dalla pugnalata inferta dal fondo Algebris è il fondo Usa Franklin Templeton a tentare l’assedio attorno alle Generali e alla terna di vertice presieduta da Antoine Bernheim. Mosso dal «disappunto» per i progetti di espansione negli Stati Uniti e negli altri Paesi di lingua inglese annunciati dal Leone, l’11 gennaio il colosso del risparmio statunitense (che controlla lo 0,3% di Trieste e figura tra i grandi soci di Mediaset) ha condensato le proprie critiche in una lettera firmata dalla controllata Mutual Advisers. A partire da quelle relative alle «mancanze ben documentate nella corporate governance» e ai compensi incassati dalla linea di vertice. Gli stessi nervi scoperti su cui si era scagliato il fondo di Davide Serra, ma cinque giorni dopo la missiva di Templeton, Generali ha risposto colpo su colpo affidandosi alla penna dell’ad Giovanni Perissinotto.
Il manager ha ribadito di essere convinto che «non ci sia una formula magica» per la governance supportato anche dai risultati raggiunti dal gruppo (2,4 miliardi l’utile 2006 rispetto al rosso di 754 milioni del 2002) che dal 27 luglio a gennaio ha visto crescere la propria capitalizzazione, a dispetto del crollo delle concorrenti Allianz e Axa. Templeton si è però spinta oltre, attaccando preventivamente le ambizioni americane di Generali: un «rischio troppo grande» vista la «maturità» e la «estrema competitivà» di quei mercati. Tanto da minare i «necessari» miglioramenti sul fronte operativo del gruppo italiano. Freddi sull’avventura Usa si sono mostrati anche gli analisti di Cazenove, ma Generali, che aveva peraltro già detto di valutare operazioni mirate, ha replicato di considerare «un dovere esplorare tutte le opportunità». Visto che anche Oltreoceano ci sono aree con un «potenziale per creare valore» per i soci. Come, peraltro, sembrava suggerire uno studio di Ubs che a metà dicembre sottolineava la debolezze di Generali in Inghilterra, Usa e Giappone. In ogni caso Algebris ha aggiunto la propria voce alla battaglia: il fondo hedge non solo ha giudicato «molto positivo» l’attacco di Templeton, ma ha sottolineato di condividerne «in toto» i rilievi. Anche perché, quest’anno, Generali avrebbe il potenziale per arrivare a 3,8 miliardi di profitti.
Tale comunanza di intenti potrebbe essere il frutto del lavoro svolto da Serra tra gli investitori americani. Per aprire un varco all’assemblea dei soci di aprile il fronte dei dissenzienti dovrebbe, però, raggiungere il 2,5% del capitale e chiedere di inserire un punto all’ordine del giorno. Una impresa difficile, a meno di non fare altri proseliti tra gli istituzionali: Algebris controlla, infatti, lo 0,3% come Templeton, e ha opzioni fino all’1%. Senza dimenticare che, tra i grandi soci italiani, prevale l’idea di preservare lo status quo e attendere la scadenza del 2010. Ecco perché l’affondo di Templeton, giudicato trascurabile da alcuni analisti, non ha turbato Piazza Affari dove Generali è salita dello 0,42%.