Generali, Bernheim pronto a difendere il Leone

Zaleski ne appoggia la ricandidatura. Ligresti rimane fuori dal consiglio

Marcello Zacché

nostro inviato a Trieste

Dice, in francese, Antoine Bernheim: «La mia riconferma? Un’eventualità, non una certezza. Non è nelle mie mani». Sta in quelle dei suoi grandi soci, infatti. Ai quali il presidente delle Assicurazioni Generali manda anche un altro messaggio: «Sono contrario a un’aggregazione con Axa, che romperebbe gli equilibri assicurativi in Europa: finché ci sarò io non si farà».
Così, ieri, il quasi ottantaduenne Bernheim ha dato il fischio d’inizio alla partita per l’assetto futuro della prima compagnia assicurativa italiana, la terza d’Europa dopo Allianz e, appunto Axa. Con un preciso riferimento al rischio che la compagnia, in mancanza di un equilibrio stabile, possa diventare preda. Magari proprio di Axa: «L’interesse di Axa per le Generali è una possibilità, anche se non credo che stia pensando a operazioni ostili». Con l’assemblea delle Generali che, a Trieste, ha approvato il bilancio 2005, si è anche aperto un anno decisivo: da oggi ci sono 12 mesi di tempo per fare e disfare le alleanze che porteranno, nella prossima assise, a nominare il futuro cda, che starà in carica dal fino al 2010. E Bernheim ha fatto capire che darà battaglia. Nessun passo indietro dovuto all’età («A nessuno piace fare il disoccupato», mentre della prassi di lasciare la compagnia dopo gli 80 anni non si parla più), piuttosto della determinazione a presentarsi come garante dell’indipendenza del gruppo: «È indispensabile difendere autonomia e italianità», ha detto e ripetuto più volte, con il rammarico per le scelte di 10 anni fa, quando era già in Generali, e fu «costretto a vendere la quota in Axa, di cui eravamo il secondo azionista, per motivi che non ho mai capito».
Bernehim ha pure ricordato i risultati ottenuti sotto il suo mandato («quando sono arrivato nel settembre 2002 il titolo valeva 14 euro, ora è stabilmente sopra i 30»), estendendo meriti e responsabilità ai due amministratori delegati Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot, anch’essi in corsa per un mandato triennale bis: «Credo che i problemi da risolvere in vista della realizzazione degli obiettivi del piano industriale richiedano una certa stabilità del management».
Inevitabile, allora, cercare di capire gli umori del presidente parigino di fronte alle più gettonate ipotesi di risiko bancario, quali l’integrazione tra Intesa e Capitalia. Un’operazione che cambierebbe il volto di Mediobanca, primo azionista delle Generali con il 14%, a sua volta partecipata da Capitalia con il 9,5%. E che dunque vedrebbe avvicinarsi a Trieste i francesi di Crédit Agricole, primi azionisti di Intesa. In altri termini se nei prossimi mesi Intesa e Capitalia convolassero a nozze, per Generali sarebbe una rivoluzione, con la discesa di campo di diversi gruppi di potere: dai francesi di Bolloré (quelli che hanno appoggiato finora Bernheim e che stanno in Mediobanca con il 10%) a quelli dell’Agricole; da Giovanni Bazoli a Cesare Geronzi; da Mediobanca a Unicredit (altro socio forte di Piazzetta Cuccia). Va registrata, in proposito, la dichiarazione di Romain Zaleski, socio di Intesa e da poco entrato anche a Trieste con il 2,2%, che sulla riconferma di Bernheim ha detto: «Mi sembra molto giustificata». Il presidente invece non si è sbilanciato, limitandosi a un commento sui rilievi industriali dell’eventuale integrazione: avendo Generali un accordo di bancassurance con Intesa, tramite gli sportelli di Capitalia «aumenteremmo il nostro ruolo nella bancassicurazione e risulteremmo vincenti». Anche se, ha sottolineato, si tratta solo di ipotesi: «Per molti assicuratori Capitalia è la fidanzata dei sogni».
L’assemblea ha confermato l’indicazione del cda di non sostituire lo scomparso Tito Bastianello in consiglio. Il posto, reclamato dal gruppo Fonsai di Ligresti (socio di Generali con il 2,4%) non è stato assegnato, riducendo a 18 il numero dei consiglieri almeno fino al 2007. Una scelta che lo stesso Bernheim ha spiegato in rapporto sia a questioni di business («Ligresti è il proprietario di FonSai», un concorrente di Generali), sia di concorrenza: l’ingresso di Ligresti «rischia di provocare un intervento dell’Antitrust».