Generali divisi, aria di golpe interno in Birmania

Le crepe nella giunta militare birmana si stanno allargando e il satrapo con le stellette, generale Than Shwe, che si farebbe chiamare «re» dai suoi, teme un ammutinamento. Lo rivela AsiaTimes, un sito internet, ben informato sulla violenta crisi birmana.
Il braccio di ferro riguarda Than Shwe e il suo vice, il generale Maung Aye che sarebbe in disaccordo sul pugno di ferro utilizzato nei giorni scorsi per reprimere la protesta dei monaci e della popolazione. I due generalissimi rappresentano le fazioni rivali del Consiglio statale per la pace e lo sviluppo, la sigla beffarda che nasconde una vera e propria giunta militare.
I primi segnali della spaccatura si sono avuti durante la repressione. Sia a Rangoon (Yangon), l’ex capitale, che a Mandalay, seconda città del Paese, diversi testimoni hanno visto interi reparti militari che si rifiutavano di sparare sui dimostranti. In alcuni casi i soldati si sarebbero addirittura inginocchiati davanti ai monaci in segno di deferenza. L’altro clamoroso segnale è il «buco» nella cintura di sicurezza che normalmente sigilla ermeticamente la residenza del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, da sempre agli arresti domiciliari. Durante una manifestazione di protesta i monaci sono potuti sfilare davanti il portone della villa-prigione, dove è apparsa a salutarli l’eroina della lotta per la democrazia in Birmania. Qualcuno ha scattato una foto con un videotelefonino e l’immagine ha fatto il giro del mondo.
Il numero due del regime, Maung Aye, sarebbe intervenuto per «moderare» la reazione dei soldati, mentre il suo capo voleva il bagno di sangue. Le stime sui morti variano da 30 a 200, ma poteva ripetersi il massacro della rivolta soppressa nel 1988 con tremila persone uccise. Non a caso il generale Hla Htay, uno dei due alti ufficiali responsabile per la sicurezza a Rangoon, è stato rimosso ieri perché non sarebbe stato abbastanza duro con i manifestanti. L’ordine di iniziare a sparare è arrivato, secondo fonti militari birmane, direttamente dal generalissimo Than Shwe. A 74 anni suonati teme di rivivere il copione che lo portò al potere con un colpo di mano interno ai militari nel 1992, ma questa volta sarebbe lui la vittima. Non a caso Than Shwe ha fatto partire i suoi familiari più stretti, la moglie e una delle figlie sposata con Tay Za. Quest’ultimo è un socio in affari del generalissimo, possiede la compagnia aerea Air Bagan ed è sospettato di trafficare armi per conto del regime. La sua azienda, Htoo Company, ha costruito la nuova capitale birmana nella giungla, Naypyitaw, dove vive la giunta separata dal resto dei birmani. Alcune notizie davano la famiglia del generalissimo fuggita in Laos, oppure a Dubai, ma in ogni caso è un segnale che i vertici temono il peggio.
Inoltre è morto ieri in ospedale il primo ministro birmano, generale Soe Win, malato da tempo di leucemia. Si trattava di un fedelissimo del capo supremo, che perde un’altra pedina. Il numero due del regime, Maung Aye, non vede di buon occhio l’Unione di solidarietà e sviluppo associativa, un altro eufemismo per definire la banda di miliziani, spesso avanzi di galera, utilizzata da Than Shwe per i lavori sporchi, come le bastonature dei manifestanti. «Se la crisi sfocerà in ulteriori bagni di sangue, un ammutinamento all’interno dei 400mila uomini delle forze armate birmane è altamente probabile», ha dichiarato ad AsiaTimes Win Min, un analista dei fatti birmani con sede in Thailandia.
Nel frattempo l’inviato dell’Onu, Ibrahim Gambari, ha concluso la sua visita nel disastrato Paese. Dopo un’attesa di tre giorni è riuscito a incontrare il generalissimo, ma nulla è trapelato del colloquio. Prima di ripartire ha rivisto a sorpresa anche la premio Nobel agli arresti e infine ha affermato: «Dobbiamo sperare che sia iniziata la ricerca di un processo di riconciliazione nazionale».