Generali, ecco perché Del Vecchio ha deciso di lasciare il consiglio

Dopo lo scontro con Della Valle sulla cessione del 3,9% di Rcs, il patron di Luxottica si dimette. Motivo? Le posizioni di Geronzi<br />

È stata una lettera di tre ri­ghe a dare un’altra forte scossa alle Generali: è quella con cui ie­ri Leonardo De­l Vecchio si è di­messo dal cda della società assi­curativa. Indirizzata al presi­dente Cesare Geronzi, vi si leg­ge: «Sono convinto che il mio contributo non possa incidere sull’indirizzo strategico di que­sta grande compagnia ». Seguo­no le dimissioni. Ma cosa ha in­dotto Del Vecchio - fondatore di un impero industriale multi­nazionale, 76 anni, che non con­cede interviste da cinque men­tre da sett­e ha lasciato ogni dele­ga operativa in Luxottica per fa­re solo il presidente e godersi la famiglia, la casa e la barca a Montecarlo- a fare un gesto co­sì irrituale? Una sua mossa assume un pe­so enorme, soprattutto ora che le acque nel consiglio delle Ge­nerali sono già state agitate dal­le iniziative di Diego Della Val­le, imprenditore e consigliere indipendente di Generali, pro­prio come Del Vecchio. Il si­gnor Tod’s ha accusato Geron­zi di voler influenzare le scelte delle società attraverso mano­­vre effettuate fuori dai cda. Una posizione assunta su Rcs (socie­tà editrice del Corriere ), ma este­sa anche alle Generali, dove Ge­ronzi è presidente senza dele­ghe operative. E dove Della Val­le ha chiesto di cedere proprio la quota del 3,9% in Rcs. Per que­sto la decisione di Del Vecchio è benzina sul fuoco acceso da Della Valle. Ed è un secondo im­prenditore (5,8 miliardi di rica­vi in 130 Paesi, con 400 milioni di utile), che oppone le ragioni del «fare» al «capitalismo di rela­zione ». Anche se non c’è solo questo. Dietro alle poche righe scritte da Del Vecchio al presidente si cela una più generale insoddi­sfazione per l’andamento della compagnia da un lato, per l’inopportuna visibilità media­tica dall’altro. Un uomo del fa­re, in altri termini, per le Genera­li preferirebbe lavoro, risultati, e poco altro. Anche per far ren­dere il suo 1,9% del capitale che, ai prezzi attuali, corrispon­de a una minusvalenza di oltre 300 milioni. Una posizione in parte condivisa anche da altri grandi soci insoddisfatti e che non necessariamente ce l’han­no con Geronzi. Come France­s­co Gaetano Caltagirone che in­fatti ha ieri detto: «Mi dispiace molto: ho avuto modo di ap­prezzare il Cavaliere Del Vec­chio, che ha sempre una visio­n­e industriale dei problemi nel­l’interesse dell’azienda». Detto questo, di certo a Del Vecchio non è piaciuta l’intervi­sta che Geronzi ha rilasciato al Financial Times , qualche gior­no fa, nella quale delineava stra­tegie d’investimento ( nelle ban­che, nelle infrastrutture), che il management (guidato dal ceo Giovanni Perissinotto) non ave­va affatto comunicato. Anzi, nell’investor day si era detto il contrario. Del Vecchio non ha gradito che il presidente pren­desse tali iniziative di fronte al mercato. D’altra parte già il 29 aprile scorso, quando Geron­zi era appena sbarcato a Trie­ste, Del Vecchio aveva espres­so il suo pensiero in proposi­to: «Che il presidente sia Ber­nheim o un altro non cambia nulla. Cambierebbe qualcosa se il presidente fosse operati­vo, se avesse delega; ma, visto che il presidente adesso non ha alcuna delega, praticamen­te è una figura come la mia in Luxottica». Con l’intervista a Ft , invece, Geronzi è andato ol­tre. E a poco è servita la precisa­zione successiva, nella quale il banchiere ha chiarito a quali condizioni potessero essere fat­ti gli investimenti che intende­va. Forse a Geronzi sarebbe sembrato più diretto un con­fronto in cda (domani, per esempio). Anche perché, co­me hanno riferito ieri fonti vi­cine al presidente, «mai, si ri­pete mai, vi è stata occasione di contrasto nel cda e nei con­fronti del presidente della compagnia, a cominciare da­gli indirizzi strategici».