Generali prende il volo: comincia la gara per la guida di Trieste

Balzo del 3,5% in Borsa. Voci di Opa smentite dal gruppo. Fari puntati sulla partita tra Bazoli e Mediobanca per il prossimo cda

Marcello Zacché

da Milano

Che il titolo delle Generali guadagni il 3,5% in una sola seduta non è cosa da tutti i giorni. Per cui quello che è successo ieri, con le azioni che hanno terminato la loro corsa a quota 32,3, più di un euro sopra il prezzo della vigilia (che in termini di capitalizzazione fa 1,3 miliardi in un sol dì) va capito. Se le ipotesi sono tre, quella che convince di più è però una sola: che siano partite le grandi manovre per il futuro assetto del gruppo. A cui lavorano da sempre Mediobanca e le grandi banche azioniste Unicredito e Capitalia, e che ora preme più che mai anche a Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa.
Allora poco importa che a spingere le quotazioni sia stata l’imminenza di un’emissione di un bond da 2 miliardi, destinato al piano di buy back. Si tratta infatti di notizia già data a settembre, come ha precisato la compagnia in un comunicato nel quale ha scritto inoltre che i tempi del bond non sono ancora stati fissati, mentre la ripresa del buy back non è stata deliberata dal cda. La seconda ipotesi è suggestiva ma debole: qualcuno starebbe per lanciare un’Opa. La studierebbero alcuni colossi stranieri. In Borsa circolavano i nomi dell’americana Aig e della olandese Aegon. La società triestina, sollecitata dalla Consob, ha dichiarato che «non ha conoscenza di possibili iniziative di acquisto o di “bid“ in preparazione da parte di soggetti terzi sul capitale sociale della compagnia». In ogni caso un’operazione ostile su Generali è buona per la speculazione, ma incontra scetticismo nella realtà. L’azionariato «italiano» e stabile, nel suo insieme, supera il 33%: il che permette una facile difesa di fronte a chi per puntare al 100% dovrebbe mettere sul piatto 50 miliardi, con il rischio di non poter neanche controllare l’assemblea straordinaria. Oggi Mediobanca ha il 14%, ma con gli altri soci stabili (Unicredito 3,7%, Capitalia 3%, Ligresti 2,4, Mps 1,4%, Intesa 1,9%, Zaleski 2,2%) e insieme con Bankitalia (4,7%), il conto supera il 33%.
In questo quadro è più verosimile che tra i tanti grandi soci ce ne sia qualcuno che si stia preparando al rinnovo del cda di primavera. E questa è l’ipotesi a cui vale la pena dar maggior credito: un azionariato compatto di fronte a un attacco estero è, invece, tutt’altro che tale nella prospettiva di un nuovo equilibrio futuro. Basta pensare a cosa è successo tre anni fa, con la scalata delle banche oggi azioniste, mirata al cambiamento negli equilibri di Piazzetta Cuccia. Oggi l’occasione è simile. Soprattutto se è vero che anche sulle Generali si sia aperto il dibattito sull’introduzione di un sistema di governance duale.
Gli schieramenti non sono così nitidi. Ma emerge la contrapposizione tra Mediobanca, con i suoi soci francesi, e i soci bancari. Un confronto in questo senso si è intuito quando, recentemente, il direttore generale di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, si è pubblicamente espresso per una governance più moderna per il Leone. Facendo probabilmente riferimento all’esigenza di consiglieri indipendenti rispetto alla loro «quota» bancaria.
Ma soprattutto c’è un altro blocco, che si è rafforzato. Ed è quello della Banca Intesa di Bazoli, forte dell’alleanza con Zaleski, ultimo dei grandi soci della compagnia. E forte, da poco, di un asse con il presidente del gruppo, Antoine Bernheim, indicato alla vicepresidenza di Intesa-Sanpaolo. Ed è al contenimento di Bazoli che più di uno degli attuali protagonisti sta forse pensando.