Generazione Lapo

«Si possono perdonare tutti i peccati, ma mai la ricchezza altrui». È questa la frase che più mi ha colpito, più o meno un anno fa, durante una cena cui ero capitato per caso, curiosamente fuori luogo, come spesso mi succede. A pronunciarla, uno dei rampolli più in vista dell'Italia-bene. La cena aveva un'atmosfera seria e composta, con un non so che di disagio. Ma a me le situazioni di disagio hanno sempre affascinato, e per questo ho pensato che sarebbe stato interessante, per il mio nuovo romanzo, entrare nei panni di un protagonista che fosse agli antipodi da me per mentalità, abitudini, estrazione sociale. Sono cresciuto all'insegna della cultura dell'«impegno&risparmio» e a guardare con diffidenza il guadagno facile e soprattutto gli sprechi. Oggi più che mai, mi sono reso conto che quello altro non era che un pregiudizio. Di fatto, esistono due categorie di rampolli: il modello «William» (d’Inghilterra), il primogenito, perfetto e discreto anche quando si lascia con Kate Middleton, con le spalle larghe per sostenere gli impegni tra strette di mano e cene noiose. E poi c'è «Harry», il secondogenito, lentigginoso e anticonformista, che picchia i fotografi e cade ubriaco davanti a tutti. La prima considerazione che viene da fare è: «Ma vai a lavorare!» con una bocciatura senza appello. Lo stimolo di scrivere questa storia, invece, mi ha fatto porre la domanda: «Perché non provare a capire cosa gli hanno fatto studiare?». Un ragazzo mi ha confessato che fino a diciotto anni non aveva mai passato una giornata sulla spiaggia, perché il mare glielo facevano vivere solo dalla barca. Un principe ha ammesso che la prima volta che si è seduto a tavola con i genitori aveva 13 anni: lui e le sorelle pranzavano solo con le tate. Un poco più che ventenne è riuscito a spendere 35mila euro in dieci giorni a Ibiza dove aveva casa e barca, ma si è fatto prendere la mano con i tavoli in discoteca. Un altro che da qualche anno vive da solo, non può fare le improvvisate ai genitori ma deve annunciare la sua visita qualche giorno prima. Come fai a non essere più indulgente quando senti aneddoti come questi? Come fai a non scriverci un romanzo? Anche la cocaina acquista un nuovo significato perché sopperisce a una mancanza che si potrebbe riassumere in un unico, onnicomprensivo significato: umanità.
Le mie mani hanno iniziato a prudere e ho cominciato a scrivere la storia di Leonardo Sala Dugnani, il mio eroe protagonista, che tutti chiamano Leon. Naturalmente è il fratello minore, naturalmente beve - ma anche sua madre beve - naturalmente tira - ma anche i suoi amici tirano - naturalmente conosce le buone maniere - ma alza la voce con i sottoposti - naturalmente si sente solo. La sfida di Se domani farà bel tempo è stata avvicinare il mio cuore a quello di Leon e, pur nella diversità delle nostre vite, tutti e due ci siamo ritrovati ad aspettare con ansia gli sms, ci abbiamo messo giorni a decifrarli, abbiamo titubato davanti a «eliminare messaggio?» e ci è bastato poco per scaldarci l'anima. Certo, è stato un viaggio lussuoso: bello entrare al King's di St. Moritz o all'Hotel du Palais a Biarritz, cenare al Buddakan di New York, viaggiare in jet privato, fare la spesa da Peck e regalare scarpe di Manolo Blahnik. Soprattutto, entrare per 300 pagine nella vita di Leon mi ha permesso di conoscere questo piccolo mondo antico: talmente piccolo, che a una festa ho visto alcuni dei rampolli intervistati che si conoscevano tra di loro. Preso dal panico e dall'imbarazzo, mi sono dileguato all'istante. È uno small world, per citare il sito esclusivo della Lapo Generation dove si entra solo su invito. Quando ho compilato il form con il titolo di studio, la mia laurea con dignità di stampa è risultata tra i gradini più bassi rispetto ai vari Ph.D e master. Sarà anche uno small world ma nella vita, si sa, molte volte «bigger is better».
*Autore di
«Se domani farà bel tempo»