Una generazione senza paradiso

Una giovane ricercatrice italiana che frequenta una università americana è stata coinvolta come assistente dal suo professore nel suo corso dal titolo «Morte in Europa e in Giappone». In tale corso si vuole verificare come due tradizioni religiose diverse (Ebraismo e Cristianesimo da una parte, Buddhismo, Shintoismo e Confucianesimo dall’altra) hanno portato, nello stesso momento storico, il Medio Evo, a due concezioni completamente differenti dello stesso fenomeno, la morte.
Il corso si svolge leggendo brani di letteratura (per l’Europa, Dante, Bibbia, Chanson de Roland, Tolstoj, Rilke, Cicerone, eccetera) e ascoltando brani d’opera. Poi gli studenti ogni due settimane devono scrivere un tema paragonando quello che viene letto con la loro esperienza.
La prima lezione si è aperta con la domanda del professore: «Cosa credete che ci sia dopo la morte?». I risultati: «Reincarnazione», 15; «Risurrezione», 1 (musulmana); «Un’essenza sopravvive immortale», 50; «Sono totalmente confuso», 15; «Non c’è assolutamente nulla», 80.
Il professore ha commentato che in 25 anni in cui propone questa stessa domanda all’inizio di ogni semestre, non gli era mai capitato un risultato così schiacciante. Successivamente il professore ha dato un tema in cui veniva chiesto agli studenti di paragonare un funerale giapponese di cui si era letto in classe con un funerale di una persona cara recentemente accaduto. Nella disperazione generale che traboccava dalle pagine dei temi, il più emblematico era quello di un ragazzo a cui a 16 anni è mancato il fratello in un incidente stradale. Da quel giorno ogni volta che squilla il telefono afferra la cornetta sperando che sia lui e gli dica che era sparito in quegli anni perché in vacanza. «Ma», continua, «ormai sono passati 8 anni, il telefono continua a squillare e non è mai lui. E l’attesa è la parte più brutta della vita. Dal giorno della sua morte non ho più certezze. Sto con i miei amici e con i miei genitori pensando che, l’istante dopo, tutto potrebbe essere solo un ricordo. Non posso pensare al futuro, non posso programmare nulla a più di un giorno di distanza, perché domani potrei non esserci più. Non pensavo di arrivare a 21 anni, e ora ne ho già 24».
La giovane ricercatrice italiana racconta che questa vicenda l’ha sconvolta: «Mentre sentivo queste risposte, mentre leggevo questi temi qualcosa moriva dentro di me. Pensavo a come è possibile che per questi ragazzini di 18-20 anni sia tutto qua, pensavo che la tragedia forse non è neanche sul cosa succede dopo la morte, ma ora: ogni cosa che gli muore tra le mani, una serata, un rapporto, un esame, è morto per sempre...».
Chi ha ritenuto che il papa a Ratisbona esagerasse, chi non capisce il significato del suo accorato appello alla ragione, non si accorge che il problema non è la difesa di schieramenti ideologici contrapposti, di laici e credenti. È in gioco piuttosto la possibilità di scoprire, nella nostra esistenza umana, quel che recita una canzone scritta cinquant’anni fa, all’origine del movimento di Comunione e Liberazione, da due giovani ragazze, Adriana Mascagni e Maretta Campi: la nostra voce «deve gridare, deve implorare che il respiro della vita non abbia fine... tutta la vita chiede l’eternità...».
(*) Presidente Fondazione
per la Sussidiarietà