Genesis a metà tra pop e rock per piacere a giovani e vecchi

Il gruppo apre il concerto con i brani più leggeri per poi concentrarsi sui classici dell’epoca "progressive"

Helsinki - Se poi si impegnassero, potrebbero anche farcela, a steccare. Ma finché rimangono così concentrati sulle note, i Genesis sono un cronografo del rock: perfetti, non sbagliano neanche volendo. Quando è iniziato il loro concerto, qui all’Olympic Stadium di Helsinki, sembrava che l’ultimo fosse stato l’altro ieri e invece erano quindici anni che Phil Collins, Mike Rutherford e Tony Banks (più i gregari Chester Thompson e Daryl Stuermer) non si ritrovavano abbracciati a fare l’inchino davanti al pubblico come è accaduto ieri dopo due ore e passa di rock, virtuosismi e battute. «Ciao Helsinki, siamo i Genesis e siamo qui per divertirvi» dice subito Phil Collins in completo nero scattando una foto al pubblico. D’altronde, leggerezza ci vuole, altrimenti mica è facile combinare una storia lunga quarant’anni come la loro e per di più divisa in due parti, quella riservata ai puristi innamorati di capolavori di rock progressivo come The lamb lies down on Broadway del 1974 e quella ben più furbetta che piace ai fans del pop cresciuti negli anni ’80 a dosi di Invisible touch o Tonight, tonight. Perciò prima bisogna soddisfare gli ultimi, che sono il fieno nella cascina della popolarità, e quindi dopo la complicata introduzione di Behind the lines, Duke’s end, ecco subito Turn it on again, No son of mine e Land of confusion, tutte profumate da ritmi dandy e da quelle tastiere scintillanti che i megaschermi ovoidali ai lati del palco inquadrano mentre le dita di Tony Banks ci scivolano dolcemente sopra (ma qui siamo quasi al solstizio d’estate, alle 20 il sole è ancora altissimo e gli schermi si vedono poco, peccato). D’accordo, poi arriva il primo dei tre medley di vecchi classici che è anche una lacrima sul viso di chi sogna sempre di ritrovarsi sul palco Peter Gabriel e invece sono trentadue anni che aspetta: In the cage, The cinema show, Duke’s travels, Afterglow.

Sono brani che fanno fremere chi allora andava all’università e si era innamorato delle «discese ardite e le risalite» di questa band nata a metà anni Sessanta vicino a Londra e capace di mescolare complicati istinti musicali con spericolate visioni scenografiche, talvolta epiche, talvolta fantastiche. I Genesis, insomma, quelli di Peter Gabriel il folle, quelli che Phil Collins vedeva dal fondo del palco perché ne era semplicemente il batterista.

Adesso su di un tabloid di Helsinki, Mike Rutherford ha deciso che Gabriel, sempre fissato con i travestimenti e gli sketch teatrali, ormai «è troppo vecchio». Oddio, non che loro, i tre superstiti, ossia Collins, Banks e appunto Rutherford, siano pivelli di primo pelo eppure si tirano su le maniche e ci danno dentro come se lo fossero, mescolando virtuosismi come in Ripples o in Home by the sea quando sull’immenso fondale che abbraccia i 64 metri del palco, corre e poi vola via persino il volto stilizzato che Edvard Munch dipinse nell’Urlo. Chissà che effetto quando apparirà durante lo show del Circo Massimo il 14 luglio a Roma durante il Telecomcerto: quel giorno i romani saranno anche obbligati persino a zittirsi per qualche minuto quando Collins si siederà sullo sgabello per cantare Hold on my heart come se fosse in un vecchio club di jazz. Mentre la presenta qui, all’Olympic Stadium, è ancora giorno ma il palco è illuminato a festa, altissimo, dominato da sette braccia metalliche armate di proiettori che si alzano sulle teste dei musicisti come a proteggerli. Di sicuro non ce n’è bisogno quando loro tre snocciolano gli altri medley (Follow you, Follow me, Firth of fifth, What I like e Tonight, tonight, Invisibile touch) oppure mentre Collins prova la sua solita corrida della batteria, sedendosi dietro i tamburi e suonando in sincronia con Chester Thompson un minuetto di ritmi e colpi che ha lasciato tutti esterrefatti. Non fosse che per questo, quando le ultime note di Carpet Crawlers scivolano via e le luci si spengono, i Genesis meriterebbero vita natural durante lo stesso applauso che ieri sera faceva come il sole e non voleva proprio saperne di calare.