La genetica contro la storia: inglesi e irlandesi sono fratelli

La tesi di uno scienziato di Oxford: il loro Dna è identico

Gli anglosassoni non c’entrano, e neppure i celti. Non c’entra più nemmeno la storia, il Dna cancella anche secoli di odio. La guerra, la rivolta, il sangue. Irlanda e Inghilterra, San Patrizio e San Giorgio. Tutti figli di una stessa madre: fratelli, dice il Dna. Il codice genetico delle isole britanniche è stato studiato da uno scienziato di Oxford, Stephen Oppenheimer. Il cognome è lo stesso di Robert, il fisico americano padre della bomba atomica. Il potenziale della ricerca è lo stesso: dire a inglesi e irlandesi che non sono nemici, ma fratelli fin nel Dna, è una battuta da rivoluzionario. Da provocatore.
Uno scienziato inglese con un cognome tedesco che gioca a ribaltare la storia che non è mai finita, quella del muro ancora in piedi fra il trifoglio verde e l’Union Jack. Ha intitolato il suo libro sull’origine dei britannici una «detective story genetica», ma non scherza quando suggerisce per i nemici un’origine comune e lontanissima nel tempo: 16mila anni fa, quando la Manica era ancora terra, quell’unica popolazione senza nome ha percorso il continente dalla Spagna al Nord Europa. Ha compiuto un viaggio al contrario: qualche migliaio di anni prima, gli abitanti erano scappati per il freddo glaciale, che non lasciava scampo. Nel giro di 7mila anni - sostiene Oppenheimer che, grazie alle sue ricerche, si è guadagnato una pagina sul New York Times - sono arrivati tre quarti degli antenati di Gran Bretagna e Irlanda. Lo stesso periodo in cui il livello del mare si è alzato e le due isole hanno cominciato a dividersi: nulla rispetto a quanto sarebbe successo dopo ma, forse, una premonizione della natura.
I gemelli di Irlanda e Inghilterra vengono dal Sud e parlano una lingua che non ha niente a che vedere con il germanico o il gaelico: la popolazione senza nome parla basco. Ribelle in tutto, Oppenheimer. Lui è convinto che gli invasori abbiano modificato il Dna solo in maniera marginale. Hanno portato l’agricoltura e una lingua tutta diversa ma non hanno scalfito i geni comuni. Secondo i suoi calcoli, ogni singolo gruppo successivo non ha portato più del 5% del codice genetico: irlandesi, inglesi, scozzesi, gallesi sono tutti parenti. Stesso sangue, stessi antenati, come Caino e Abele. Ha fatto i conti: gli anglosassoni hanno arricchito di 250mila persone una popolazione di un paio di milioni. I normanni hanno contribuito anche meno: diecimila nuovi portatori di Dna. Guglielmo il conquistatore ha fatto il Regno, ma non ha fatto gli inglesi. E anche i celti non avrebbero lasciato un segno genetico abbastanza forte. Un Dna resistente, ma inutile. Anche Oppenheimer è scettico: «I geni influenzano ben poco la storia culturale». Quella è fatta di miti, radici, passioni. I fratelli sono abituati al gene dell’odio: il Dna buonista non trova terreno fertile.