Genetica ingiustizia

Ci sono due atteggiamenti che un governo può tenere nei confronti del cittadino. Il primo, interventista, è quello di considerarlo un furbetto incapace di contribuire al benessere della collettività. Qualcuno deve dunque provvedere al suo posto. Il secondo, neutrale, è quello di pensare che i cittadini conferiscano una delega temporanea a chi governa per regolare processi che nessuno individualmente ha l’interesse e la forza di fare. Non si possono nettamente attribuire ai due schieramenti parlamentari l’uno o l’altro versante. I confini sono labili. Il centrodestra è stato interventista occupandosi della salute collettiva: ad esempio quando si è impicciato dei nostri appetiti. Indulgendo così a quel tremendo vizio di regolare le minuzie della nostra vita, che poi sono il contenuto della libertà.
Ma su un versante l’interventismo di questo governo è insuperabile: l’economia e la sua esplicitazione nelle nostre tasche, che poi è il fisco. I filosofi austriaci hanno descritto questo male con il termine «costruttivismo». È il pervicace tentativo, che immancabilmente si rivela disperato, di regolare il comportamento economico di milioni di individui. Scendiamo sulla terra e facciamo qualche esempio.
La nuova fiscalità è pensata per rincorrere l’evasione con il moltiplicarsi dei controlli. Con la specificazione minuziosa delle tipologie di attività economica, con la predisposizione di grandi occhi telematici, con un clima di terrore. Si sommi il miraggio di redistribuire i redditi e il risultato diventa grottesco. A luglio, nel primo intervento del governo, si è mandato al tappeto il settore immobiliare con una previsione di tassazione, poi rimangiata, da 40 miliardi di euro. Una follia. Nella Finanziaria di fine anno si è fatto di peggio. Si è deciso di sacrificare un pezzo di ripresa 2007 sull’altare di maggiori imposte per tutti. Il demenziale «costruttivismo» dei nostri professorini ha inciso anche nella carne più debole della società. Tre casi su tutti.
Il primo, denunciato proprio dal Giornale, è che si sono sottratte risorse agli enti locali, dando loro la possibilità di aumentare le imposte. Risultato finale: questi ultimi tasseranno di più e, per l’introduzione delle detrazioni di imposta, soprattutto le fasce più deboli. I Comuni non hanno voglia di ridurre le spese e questo è male. Ma d’altra parte lo Stato gliene affibbia sempre di nuove: è il caso dell’aumento generalizzato delle retribuzioni dei dipendenti pubblici che costerà ai municipi 300 milioni l’anno.
Il secondo e terzo caso sono simili nella loro genetica ingiustizia. L’impossibilità di governare tutto, condita con una superficialità inattesa, ha permesso a questo governo di togliere ai più deboli: vedove ultraottantenni con pensione di reversibilità e famiglie con disabili da assistere. Ci ripenseranno. Ma resta uno scempio.