Il genio compreso

Spettabile Presidente del Senato, il 20 dicembre, giorno precedente al tradizionale concerto di Natale al Senato, in questa rubrica si scrisse che la partecipazione del pianista Giovanni Allevi rappresentava «una pietra tombale» sulle residue attese che lo scrivente nutriva ancora nelle istituzioni. Nientemeno.
La ragione era che quel pianista, genere easy listening, musicalmente non aveva nulla a che spartire coi pur labili confini della cosiddetta musica classica, vanto di questo Paese e territorio consueto dei passati concerti: «E ora Ligabue alla Scala», fu perciò il titolo. Saprà che dopo il concerto si sono alzate molte voci anche autorevoli: il violinista Uto Ughi, l’arpista Cecilia Chailly, il compositore Fabio Vacchi, i pianisti Ramin Bahrami e Ludovico Einaudi, il direttore artistico dell’Orchestra Rai Cesare Mazzonis, il critico del Giornale Lorenzo Arruga e quello dell'Unità Giordano Montecchi, più molti altri a margine di un dibattito che sulla stampa e su internet non è ancora terminato.
Ecco, il punto è che la sostanziale convergenza più o meno corale nel giudicare il genio di Allevi (ridimensionato da tutti a ciò che semplicemente è) non può che riverberarsi sulla questione da cui eravamo partiti il 20 dicembre scorso: se fosse il caso, o no, di fare un concerto del genere al Senato. La risposta, Spettabile Presidente, pare proprio questa: no.