Genio cui la sorte ha giocato un tiro mancino

Poco atletici, incostanti, arroganti: ecco il libro delle grandi mezzale

Mai visto giocare discretamente bene un numero dieci. In qualsiasi categoria. O esibisce le due, tre genialate a partita, o modificherà la posizione in campo, o lo faranno smettere. Perché l’inabilità alla norma è il paradosso della mezzala sinistra. Ruolo aristocratico, affidato ai rarissimi mancini che praticano calcio allo stato puro, che non trasudano fatica ma talento. E che sono, per tradizione, i forzati del gesto anomalo, produttori dell’imprevisto, ipertrofici del colpo memorabile.
Il dieci non fa scuola, non è un modello, non avrà eredi e non ha copiato da nessuno: ognuno è o fu un evento umano e sportivo irripetibile. In verità, la mezzala sinistra manca di statuto e ortodossie anche nella morfologia, nel carattere, forse nello stile di vita: Sivori era minuto, fumava, quando ghignava lasciava intravedere i denti giallicci. Zidane ha stazza e passo da giocatore di football americano, Puskas ingrassava, Rivera minorenne era trasparente. A Cruijff accadde d’essere riformato per i piedi piatti e le caviglie rientranti. Certo, Gullit e Totti sono ben scultorei, ma il padre di tutti i galattici Di Stefano (mai ammonito in carriera) sembrava un travet, e con qualche ragione Gianni Brera battezzò Maradona il divino aborto. Muscolature, sistemi nervosi, reattività, razze e corpi imparagonabili, a volte in netta controtendenza con le misure dell’atleta.
Ma sono questi fuoricanone e non altri che hanno reinventato, volta per volta, la grandezza del calcio. Il quale è e sarà sempre gioco collettivo, un affare di squadra e gruppo e schemi. E tuttavia avrà sempre bisogno della variabile impazzita in grado di sfasciare attese, previsioni, contromosse degli avversari. Per farli spostare, sorprenderli. Talvolta irriderli, renderli goffi. Irritante, il dieci. Involontariamente o volontariamente amorale. Perché quando esalta il proprio, di talento, va a mettere in evidenza la scarsa fantasia, la fissità, il conformismo muscolare di chi lo contrasta. Sivori era straordinario, nel tunnel, Haller lo accompagnava con il -tu-tu del treno che entra in galleria. Chi subiva, da uomo diventava paletto. E l’amateur di calcio, nello scorrere le immagini che accompagnano questa «grande storia» del numero dieci proposta da Luca Mauri e Francesco Napoli (10. La leggenda di un numero da Meazza a Ronaldinho, Mondadori, pagg. 516, euro 20), abbia allora l’accortezza di guardarsi non solo il gesto dei grandi, ma afferri nel dettaglio lo sforzo maldestro di chi il gesto lo ha patito, il suo occhio stupefatto e pollino.
E rifletta che il dieci, a volte, ha l’arroganza del bambino superdotato, la prepotenza di chi, nell’euforia megalomane e irriflessa del genio, scavalca regole e norme, e schiaccia la palla in rete con la mano per chiamarla, poi, la mano di Dio. Atto luciferino, quello di Maradona. Dove l’essere più vicino ai cieli calcistici precipita nella più triviale, scema, sleale e volgare delle furbate. Gesto da accattone, da disperato dei campetti, il suo. Forse, l’unico caso di superbia impunita, di eccesso senza hubris: dieci minuti dopo, segnò quello che dicono essere il più grande gol di tutti i tempi. Dimostrare oggi che fu (gli strumenti ci sono) vera autorete ristabilirebbe una forma di giustizia.
Piovono e pioveranno, sulla mezzala sinistra, i confronti con musici, pittori, poeti. Io ci vedo meglio un’analogia con il grande artista comico, con quello che, per farmi ridere, deve spezzare discorsi e dialoghi e situazioni con qualcosa (una parola, un movimento, un cenno) che non mi aspetto, mi raggiunge come sorpresa assoluta. A quel punto, io rido. E forse, il piacere che mi dà la gran giocata ha qualche omologia fisiologica con la vera risata. Quella liberatoria, gratuita, positiva. Bella, senza aggettivi. Come (quasi) tutti, non ho mai visto Meazza, o Valentino Mazzola, o Puskas su un campo di calcio. E nemmeno alla televisione. Ma credo a chi mi racconta i loro miracoli. Perché lo hanno fatto divertire. E attorno a ciò che ha fatto divertire si dice sempre la verità. Accompagnata dalla riconoscenza. Quella che, in fondo, attraversa la storia e le immagini di questo libro per tutti.