Il genio? È in divisa

di Serena Coppetti

Sono creativi (per non dire geniali) con budget illimitati. Eppure il loro guardaroba è inversamente proporzionale a fantasia e borsellino. Vivono in divisa. Che sia una maglietta, una camicia o un maglioncino non escono mai dai loro panni. Tanto da far ritenere che la monotonia del guardaroba possa essere scientificamente un ingrediente del successo. Prendiamo Marck Zuckerberg, mister Facebook. Quando è rientrato a lavorare dopo il congedo per paternità, ha postato la foto del suo armadio aperto (piccolissimo peraltro). A sinistra, in gruccia e perfettamente allineate, una decina di magliette. Grigie, tutte identiche. A destra, altrettante felpe, leggermente più scure ma anch'esse identiche. «Cosa mi metto?» se la ride il fondatore del socialnetwork da anni fedele alla stessa immagine.

Le due sfumature di grigio di Mr Zuckerberg non hanno niente di erotico se non una smodata passione per la semplicità. E lo ha spiegato chiaro: «Voglio semplificare la mia vita in modo da dover prendere meno decisioni possibili su qualsiasi cosa che non sia servire al meglio questa community». Lui se ne infischia bellamente delle mode per non perdere tempo su cose che non ritiene importanti. Come lui, prima di lui e chissà quanti dopo di lui molti altri non conoscono l'imbarazzo della scelta dell'abito. Daniel Levitin, professore di neuroscienze presso la McGill University di Montreal (Canada), ha dimostrato che la scelta di utilizzare sempre gli stessi indumenti, ridurrebbe il «lo sforzo cognitivo». «Ogni volta che il cervello deve prendere una decisione, indipendentemente dal tipo di scelta, consuma energia. Nel consumare glucosio, i neuroni non distinguono tra una decisione di poco conto o una che potrebbe risolvere conflitti internazionali». Insomma vestirsi è un pensiero superfluo che ruba energie e dirotta neuroni verso luoghi della mente dove questi geni - quasi tutti uomini - non vogliono approdare. Lo ha preso in parola persino l'ex presidente degli Stati Uniti, sempre in camicia bianca e abito scuro. In un'intervista a Vanity Fair ha spiegato: «Io indosso solo abiti grigi o blu. Sto cercando di snellire le decisioni, e non voglio prenderne su quello che sto mangiando o indossando. Perché ne ho già troppe da affrontare». La «divisa» o per dirla in modo più elegante la «capsule wardrobe» (guardaroba in pillole) fa risparmiare tempo e energie. Lo stile non c'entra nulla. Casomai subentra dopo. L'immagine sempre uguale a se stessa diventa quasi un marchio di fabbrica. Gli esempi non mancano. Armani, che della moda è il addirittura il Re, non s'è mai visto con qualcosa di diverso dalla maglietta scura. E che dire del guru della Apple Steve Jobs col suo maglione a collo alto nero, jeans e scarpe da ginnastica. Ci ha creduto talmente che aveva provato a proporre una divisa comune anche per i suoi dipendenti. È stato uno dei suoi rari fallimenti. Ma ma non ha minimamente intaccato la sua convinzione e allo stilista giapponese Issey Miyake, chiese di realizzare tanti dolcevita da averne «a sufficienza per il resto della mia vita». E le donne? Per ora ne risulta una e una sola: Matilda Kahl, direttrice artistica della Saatchi&Saatchi, una delle più importanti agenzie pubblicitarie del mondo. Ha sventolato lo stesso principio dei colleghi uomini e ha indossato stesso tailleur e modello di camicia per tre anni. Poi si deve essere stancata. Chissà. Probabilmente non sono disposte a barattare il vestito con qualsivoglia successo. O semplicemente sono più abituate a maneggiare glucosio nel cervello.