Genio e follia nel circo pop di Capossela

C’è mangiafuoco, il mago Cristopher Wonder e il maiale a due teste; c’è un palco fatto come un tendone da circo su cui spiccano il megaorgano «mighty Wurlitzer», un pianoforte di legno, uno microscopico e ammennicoli vari... Un Barnum insomma, che non distoglie, anzi focalizza l’attenzione sulla stralunata arte di Vinicio Capossela, reduce da una tre giorni trionfale allo Smeraldo di Milano. Qui ha fatto impazzire il pubblico lo scorso novembre, ora è tornato - poeta popolare a metà strada tra la realtà e le fantasie di Lewis Carroll - con il suo «Dasolo tour» (dal titolo dell’ultimo cd). È il saltimbanco freak per eccellenza della nostra musica; già, la musica, impossibile da descrivere nel suo dipanarsi tra marcette circensi e improvvisazioni jazzate, tra ballate notturne e sarabande sonore a tutto ritmo. Capossela è l’uomo che mette insieme tutto e il suo contrario; la satira e la rabbia, la grazia e la rozzezza, la tensione e l’esplosione, la saggezza travestita da follia (o viceversa). Prende le canzoni e inventa i tracciati melodici (ballate intimiste come Giornata perfetta o Parla piano sembrano viaggiare sulla semplicità e poi esplodono, magari con l’intervento di un sax dissonante) costruendo un percorso per sopravvivere nel nostro mondo senza lasciarsi «fregare» dalla quotidianità. Un po’ Zelig Follies, un po’ Broadway Danny Rose, sempre imprevedibile, Capossela rilegge tutto il nuovo album (dalla seduttiva Il gigante e il mago alla surreale Paradiso dei calzini) e vola sul suo repertorio, da Canzone a manovella a Ovunque proteggi, a ritroso fino a L’una e trentacinque circa. È ispirato alla guida della band, troppo autocompiaciuto quando spara le sue gag da «fuori di testa», ma il suo pubblico lo accetta a scatola chiusa con frenetici applausi e risate convinte. È un demiurgo, un grande imbonitore (non a caso nell’intervallo si crea l’atmosfera degli antichi carrozzoni ambulanti o «medicine show»), ma lui non vende mefitici intrugli. O forse sì, però non li spaccia per medicine, piuttosto per «cicchetti» contro il perbenismo e la banalità.