«Genio e sregolatezza? Non sono così»

A una sola settimana dall'inizio del Bmw Italian Open, sulla bocca degli appassionati già circolano molti dei nomi di spicco che, per la gioia dei golfisti nostrani, da mercoledì prossimo saranno ai nastri di partenza al Royal Park I Roveri. I ben duecentosedicimila euro e spiccioli della prima moneta, infatti, hanno fatto gola a molti campioni e dunque l'entry list del torneo quest'anno si presenta più vivace e agguerrito che mai. Alvaro Quiros, Fernando Castano, Colin Montgomerie, Richard Sterne, Darren Clarke e John Daly, sono solo alcuni di quei "soliti noti" che punteranno decisi al titolo prima e alla pecunia, dopo.
Poco si sa degli italiani in gara, invece. A parte dei Molinari brothers, ovviamente. A tener alta la bandiera sabauda in quel di Torino, infatti, non ci saranno solo Francesco ed Edoardo. Al via, agguerrito come sempre, ci sarà anche il Peppo nazionale, per la cronaca Emanuele Canonica, trentottenne di Moncalieri, che su quei campi è cresciuto e ha conosciuto le prime gioie agonistiche.
Tra i tanti soprannomi che in diciassette anni di carriera sui Tour di mezzo mondo gli sono stati affibiati, "Cannonbal" e "Pocket Rocket" sono quelli che lui ama di più. "Genio e sregolatezza", per lo più usato in Italia, è invece l'epiteto che maggiormente lo infastidisce.
«Chi mi chiama così, non sa come sono veramente. Certo, da ragazzo sono stato una testa calda, ma sono storie vecchie. Crescendo, invece, sono diventato un professionista serio, che a questo sport ha dato molto, se non moltissimo».
Per restare in tema, spesso si dice che in ogni genio ci sia una sorta di testardaggine visionaria. Quella che invece gli è mancata nei momenti chiave della sua vita golfistica, forse, è stata proprio la testardaggine. Visionaria o meno, poco importa, in verità. Gli è mancata e basta.
«Il mio più grande rammarico è stato non aver riprovato a giocare il circuito americano. Avevo conquistato la carta di ammissione al Pga Tour nel 2000, al primo tentativo. Peccato. Col senno di poi, non avrei dovuto mollare».
Che cosa l’ha spinta a ritenere che fosse inutile continuare a cercare la fortuna in America?
«Sostanzialmente la convinzione che il mio gioco era incompleto. Soprattutto in green avevo troppe lacune».
Lo stesso problema si è ripresentato la scorsa stagione, quando ha perso la carta per il circuito europeo?
«Sì. Il motivo principale è stato senza dubbio questo. Ed è strano, perché comunque la mia tecnica di putt è corretta. Probabilmente intorno alla buca ho avuto pochi momenti felici che hanno minato la mia sicurezza».
Ma oggi come oggi, a che punto si ritieni della sua carriera?
«Direi che sono arrivato al 60%. Mi reputo ancora abbastanza giovane per provare a migliorare, soprattutto nel gioco corto. Però, se mi guardo alle spalle, mi ritengo più che soddisfatto. Mi resta ancora un sogno, però».
E quale sarebbe?
«Vincere il Masters».
E dell'Italian Open che quest'anno si disputa a Torino?
«Tornare a giocare in casa, sarà una grande emozione. Soprattutto sarà meraviglioso scovare tra il pubblico i miei familiari e i miei amici. Sarebbe fantastico scorgere Gianluca Vialli o Roberto Donadoni. Purtroppo mi sembra che la domenica loro due lavorino... Però l'emozione più grande me la dà sempre avere mia moglie Antonella al fianco».
Un'altra persona importante nella sua vita è stata Costantino Rocca.
«È vero. Con lui ho sempre avuto un rapporto straordinario. Non ci sono neppure le parole per descriverlo. Nei miei primi anni del Tour, è stato quasi un padre per me».
Uno dei protagonisti più attesi al Royal Park sarà Francesco Molinari, torinese come lei. C'è rivalità tra voi due?
«No, assolutamente. Ci conosciamo da quando eravamo dei ragazzi. Siamo ottimi amici e appena possiamo giochiamo insieme in giro per il mondo. Se non ci vediamo, invece, spesso ci sentiamo per telefono per raccontarci le gare».