Genio e sregolatezza tra serie e fuoriserie

Altre opere, altro design, perché da sempre, nel dna del design italiano, c'è quel pizzico di inquietudine creativa che apre il campo alla voglia di ripensarsi, ridiscutersi, ridefinirsi. La sensazione che il meglio è appena oltre l'orizzonte, che il più bello deve ancora venire. Cambiare stile, mood, prospettive: un metamorfismo genetico che in Triennale è diventato modello museale, con uno spazio espositivo che muta pelle al ritmo delle stagioni. Così, al momento della nascita del Triennale Design Museum, dicembre 2007, la «premessa-promessa» era quella di un museo diverso, che di anno in anno rivisitasse la storia del design nostrano proponendo nuove letture attraverso mutati allestimenti. Eccoci ora al primo giro di boa: chiusa l'antropologica prima interpretazione, «Sette Ossessioni del design italiano», 100mila visitatori all'attivo, oggi prende vita «Serie Fuori Serie», secondo scenario proposto da Silvana Annicchiarico, direttrice del museo, Andrea Branzi, curatore scientifico, e Antonio Citterio, cui si deve l'allestimento (sede di viale Alemagna 6, info: 02-724341, www.triennale.it). Non si tratta di una mostra tecnologica ma culturale, e al centro dell'indagine ci saranno le dinamiche, quasi osmotiche, fra produzione fuori serie, in piccola serie e in serie industriale. In Italia il design non è solo seriale, ma per gran parte ha a che fare con la sperimentazione. Sempre stretta è la connessione, fonte di reciproci stimoli, fra chi produce sperimentando, o addirittura in selfbrand, e l'industria, attiva nel recepire i messaggi che vengono da quel mondo e spesso pronta a proporli sui grandi mercati. Si crea così un circolo virtuoso che vede piccola serie, grande serie e fuoriserie legate a doppio filo con alto artigianato, ricerca espressiva, tecnologia, prototipi, ecodesign e design ad hoc. E il fuoriserie, il «pezzo unico» fino a ieri inarrivabile, veste i panni del quotidiano ed entra nelle nostre case, si fa toccare e utilizzare. Come è accaduto, giusto per fare un paio di esempi, a «bookworm», la sinuosa libreria a nastro di Ron Arad disegnata a metà anni '90 per la Kartell, o il praticissimo e minimalista «bidone aspiraturro», disegnato nel 1974 da Attilio Pagani per Alfatec. Solare e luminoso, con il bianco come sfondo dominante, l'allestimento segue un percorso circolare per dare l'idea del perpetuo interscambio tra i diversi attori in gioco: l'industria ha bisogno del fuoriserie tanto quanto quest'ultimo ricerca palcoscenici industriali. In mostra pezzi d'arredo e interior design che hanno fatto epoca, come il divano City di Antonio Citterio. Ma largo spazio è occupato anche da capi d'abbigliamento, veicoli, utensili. Ecco dunque, nella Grande Serie, un elegante Borsalino anni '30, ma anche la Graziella pieghevole di Donzelli e Carnielli (1964) e l'indimenticabile Moka Express Bialetti (1950). Curioso, nella piccola serie, il Rumi «Formichino», un 125 cc che negli anni del boom sfidò Vespa e Lambretta, mentre tra i «fuoriserie» da sogno il prototipo Ferrari P6 uscito dalla matita di Leonardo Fioravanti (Pininfarina 1968) e il motoscafo Sebino (Riva 1952-57). Per la sperimentazione, tutti da gustare l'improbabile 40/60 HP Aerodinamica di Merosi (Carrozzeria Castagna 1914), puro futurismo a quattro ruote, e il recente Ciclò, prodotto in selfbrand da Luca Schippati nel 2005. Oggetto dopo oggetto, l'esposizione scandaglierà gli ingranaggi dei procedimenti produttivi, tanto peculiari fin dalle nobilissime origini storiche del design italiano, che nacque con le forniture per le navi da crociera: come dimenticare il lusso di Cassina per l'Andrea Doria, con progetti di Gio Ponti e Nino Zoncada? E chi uscirà dalla visita saprà qualcosa di più sugli oggetti che lo circondano, ma anche su se stesso. Il design ci insegna chi siamo e come viviamo. Basta porgli le giuste domande.