Il Genio lancia la sfida «Battiamo il Valencia poi mi scateno nel derby»

Ibra, il giocatore più in forma dell’Inter spiega il suo momento: «A me piace quando un calciatore fa qualcosa di extra che nessuno si attende. Non sempre ci riesci, conta provarci»

Un padre: così Sandro e Ferruccio Mazzola hanno sempre considerato Benito Lorenzi. Lui che, dopo la scomparsa del padre vero, Valentino, praticamente li adottò, li seguì come fossero figli suoi, li fece crescere come calciatori. Ha la voce incrinata il Baffo quando ricorda il “vecchio caro” Benito, gli occhi si riempiono di lacrime, l’emozione e il dispiacere sono davvero forti.
Signor Mazzola, la prima cosa che le viene in mente su Lorenzi?
«Ricordo la prima volta che venne a Cassano d’Adda dove abitavo, poco prima di Natale. Si presentò come amico di papà e mi portò in regalo scarpe da calcio numero 42: io, crescendo, non sono mai andato oltre il 40. Ma lui era fatto così, gioiva a dare».
Fatto come, Sandro?
«Un esempio: ci accompagnava sempre a Superga qualche giorno prima della ricorrenza della tragedia del Grande Toro. Sulla sua Bianchina, parlava e litigava con tutti quelli che gli stavano intorno, automobilisti e gente che non conosceva. Era un cavallo pazzo, umano e sensibile. Comunque per me e mio fratello Ferruccio è stato davvero un padre adottivo».
Era molto amico di papà Valentino?
«Di più, fu l’unico a ricordarsi di noi bambini piccoli dopo lo schianto, quando anche la Federazione e la società ci aveva dimenticati. Era stato convocato in nazionale parecchie volte, ma non giocava mai e fu mio padre Valentino a convincere il ct Pozzo a utilizzarlo. E anche a difenderlo dagli scherzi che i compagni più anziani gli facevano negli spogliatoi».
E come diventaste le mascotte dell’Inter?
«Fu lui a portarci negli spogliatoi nerazzurri e a vestirci da baby calciatori. Ricordo che, con il pallone, palleggiavo con Skoglund e Lindskog. L’Inter vinse due scudetti, Benito diede i meriti a papà Valentino ed io divenni il portafortuna ufficiale della squadra».
Fu allora Lorenzi a farla entrare nelle giovanili dell’Inter?
«Calma, calma, qui c’è molta confusione. Anche Giorgio Ghezzi, il portierone di quei tempi, vedendomi palleggiare aveva intuito le mie possibilità future e voleva farmi entrare nelle giovanili. Ma per un riguardo nei confronti di Lorenzi, per non togliergli forse la primogenitura, non lo fece mai. E così, il mio patrigno mi fece visionare da Giovanni Ferrari, responsabile delle giovanili, su un campo dove adesso c’è l’Università Bocconi. Avevo 12 anni e da allora la mia pelle si tinse per sempre di nerazzurro».
E Lorenzi come si comportò?
«Ne fu felice. Ma lui viveva in un mondo tutto suo. Quando facevamo le mascotte, io e Ferruccio, pretese e ottenne dai presidenti nerazzurri di allora, prima Masseroni e poi Angelo Moratti, che anche noi avessimo il premio partita: 2.500 lire per il pareggio, 5.000 per la vittoria. Poi Moratti raddoppiò le cifre e per noi, che in famiglia ne avevamo bisogno, erano davvero bei soldini».
Lei ha anche accennato a un Lorenzi abbastanza svagato.
«Caspita, quando veniva a mangiare da noi di sera, lo aspettavamo alle otto e lui non arrivava mai prima delle dieci. Ma era così, chiacchierone e spontaneo, altruista e genuino. Devo anche riconoscere che con noi è sempre rimasto nell’ombra; non si vantava, non ha mai voluto farsi merito di niente. Eppure di insegnamenti ce ne ha dati, eccome».
L’insegnamento più grande che le ha dato?
«Mi ha fatto diventare un interista sfegatato, ho imparato da lui ad essere antimilanista. Iniziava a farmi la testa quindici giorni prima del derby e non smetteva mai. Questo l’ho appreso amche da Peppino Meazza: “Primm della ringhiera”, il suo motto».
Quanto le mancherà il vecchio Veleno?
«Tanto, ma resterà sempre nel mio cuore».