UN GENIO ONNIVORO

Don Gianni era un genio politico e religioso insieme, pensava che l’Essere è stabilmente affidato alla cura amorevole di Dio ma la Storia è nelle mani dell’uomo e del cristiano. Il Vaticano II e l’apertura a sinistra, che coincisero cronologicamente nel drammatico pontificato di Giovanni Battista Montini, Paolo VI, erano per lui due parallele che convergevano. E quando il mago delle convergenze parallele, il partitocrate sommo Aldo Moro, fu rapito e ucciso dalle brigate rosse, quando il Papa del Concilio fece notare al Signore di «non aver esaudito la nostra supplica», in quel clima fosco e barocco della premonizione di morte per la prima Repubblica, don Gianni si affidò interamente alla sua passione umanista per la storia e la politica, cercò e individuò un capo intelligente e innovatore, che era l’unica alternativa al trionfo cupo del compromesso storico: e fu Craxi.
Baget Bozzo era stato un democristiano di razza, dossettiano e poi degasperiano, prima di farsi prete nella sua tardiva consacrazione a 43 anni, nel dicembre del 1967. Pativa la politica alla quale affidava il compito provvidenziale di sostenere e difendere con mezzi laici la visione del mondo della chiesa cattolica, soffriva nel suo pensiero teologico per quella che a lui sembrava, negli anni duri successivi al Concilio, a partire dalla seconda metà dei Sessanta, una irredimibile «autodistruzione della chiesa». E ha sempre combattuto sui due fronti, quello del tempo e quello dell’eterno, con identica impassibile acutezza intellettuale. Era capax Dei e capax hominis alla stessa stregua. Era un fantastico indisciplinato della politica, un mastino di obbedienza mistica. Confessò in una bellissima autobiografia pubblicata nel giugno del 1997 su Panorama di essere guidato da una Voce, e si sentiva che la sua libertà aveva qualcosa di più e di diverso dalla generica autodeterminazione dei liberali.
I capi mondani che hanno ordito il tessuto della sua vita furono Giuseppe Dossetti, il monaco conciliare che aveva una idea carismatica della funzione sociale della Democrazia cristiana, e poi Alcide De Gasperi, il suo contrario, la laicità incarnata, e poi appunto il leader socialista Bettino Craxi, infine l’anomala figura pubblica e privata di Silvio Berlusconi dopo la fine della prima Repubblica. Per Baget Bozzo le anomalie erano segni come gli altri, per questo era capace di amare un uomo pubblico così diverso da lui e dalla sua vicenda personale. Il teologo e il politologo erano interessati alla storia come destino, alla politica come realizzazione di fini saldamente ancorati alla realtà ma illuminati dal sovrumano, dal provvidenziale. La milizia politica aveva per lui un significato spirituale, e in essa si rispecchiavano i suoi rapporti con Dio e con il vescovo, nella paterna figura di un formidabile Giuseppe Siri, il tutto in una straordinaria parabola di contraddizioni, imbizzarrimenti, disobbedienze e ritorni all’ovile.
Gianni Baget Bozzo fu quasi tutto, onnivoro di storia e di fede com’era: un genio religioso ricco di intuizioni teologiche, un talento della politica sociale e democristiana, poi della milizia di ordine civile, tambroniana e destrorsa, infine craxiano, poi terzomondista, da ultimo forzitaliano ortodosso, il vero prevosto di casa Berlusconi. Era simpatico, spiritoso, tirchio dei suoi averi e immensamente generoso di sé, delle sue idee, del suo Io. Era un uomo meravigliosamente liso, attaccato alla sua vecchia e impresentabile talare, che nelle sue ultime comparsate televisive, sempre per dire qualcosa di importante, di intelligente, e spesso di unico, funzionava come una icona: sembrava Mao Tse Tung vecchio, una faccia nerissima e insieme cerea, lo sguardo immobile, la parola difficile ma sensibile e attenta alla realtà. Gli sarà dispiaciuto morire nel sonno, a un uomo e a un cristiano così gagliardo, così combattente, così irritabile da qualsiasi manifestazione del vile e del politicamente corretto.
Sono certo che questo don Chisciotte mezzo catalano volesse morire sì, ma non essere aggredito dalla morte, fottutissima ladra di umanità e di piacere mondano che ce lo ha portato via da Genova, la postazione da cui ci arrivavano le sue telefonate, i suoi proclami, le sue indignazioni, le sue carezze.