Un genio in saldo, che disfatta

A ntonio Cassano in Spagna è una bella cosa, per i titoli dei giornali, per i tifosi del Real Madrid, per la famiglia dell’interessato. Non credo che il calcio italiano possa sentirsi orgoglioso di questa vicenda. Sta perdendo un talento, lo sta lasciando andare in cambio di un pugno di euro. L’affare è del Real Madrid che, in passato, però, quando aveva voluto portare a casa un galactico aveva sempre dovuto versare giusta retta: 140 miliardi per Zidane, 120 per Figo, 25 milioni di euro per Beckham, 14 per Owen, 25 per Robinho, 35 per Ronaldo, 27 per Ramos. Stavolta Florentino Perez si è fatto furbo, ha capito che l’amore tra Cassano e la Roma era finito ma ha anche capito che il mercato italiano non avrebbe fatto follie per il barese e dunque ha atteso il momento giusto, stimolato dall’infortunio a Raul e a quello successivo che ha bloccato Ronaldo. Ecco perché il nostro football ha perso l’occasione di tenersi un grande calciatore, non dico un fuoriclasse, un fenomeno ma di certo il solo azzurro venuto fuori senza macchie dall’ultima edizione dei campionati d’Europa. Il calcio italiano pieno di debiti, di vizi amministrativi e farmacologici, di indisciplina e violenza, ha evitato Cassano ritenendolo un elemento di disordine e di turbativa, come se il resto della tribù fosse invece esempio di educazione e rispetto dei regolamenti. Cassano se ne va a ventitré anni, se ne va da un grande club, la Roma che già ha ammortizzato l’investimento (60 miliardi) e che alla fine risparmia 3 milioni e duecentomila euro (il lordo di sei mesi di stipendio) e si toglie il fastidio di convivere con un separato in casa. La Juventus, il Milan, l’Inter, al di là degli alibi dialettici dei loro dirigenti, avrebbero benissimo potuto beneficiare del barese ma devo pensare che né Capello, né Ancelotti, né Mancini abbiano avuto un peso nelle decisioni, perché altrimenti potrebbero essere accusati di incompetenza tecnica, caratteristica invece dei loro datori di lavoro. È singolare che a Madrid un paio di personaggi abbiano manifestato parere contrario all’investimento: prima Arrigo Sacchi e poi Benito Floro, ex allenatori di filosofia comune: preferiscono gli impiegati agli artisti, per poi pretendere ingaggi da artisti per sé medesimi. In attesa che Lippi lo richiami in Patria andremo al Bernabeu per rivedere un ragazzo di Bari vecchia giocare a fianco di Ronaldo, Beckham e Zidane. Orecchiette e paella, chi ce lo doveva dire?