GENOA ALL’INFERNO, GENOVA S’INFIAMMA

Il giudice Vigotti: «La competenza è del Tar del Lazio». E ora è sotto scorta

Diego Pistacchi

da Genova

C’era il sole a Genova, ieri all’ora di pranzo. Ventiquattr’ore prima pioveva. Sembrava un segno del destino per i tifosi rossoblù. Ma all’una e mezza è finita esattamente come ventiquattr’ore prima nessuno poteva immaginare. Il giudice Alvaro Vigotti, quello che aveva sfidato la Federcalcio e Franco Carraro, ordinando di sospendere la compilazione dei calendari per il rischio che i diritti costituzionali del Genoa e del suo presidente Enrico Preziosi fossero stati calpestati durante il processo sportivo, ha detto di no. Ha rispedito, definitivamente, il Genoa in C, ammettendo di essersi sbagliato nel difendere, nell’ordinanza di sospensiva del 9 agosto, la propria competenza a giudicare nel merito.
La decisione non è stata digerita dai tifosi, che per tutta la giornata hanno fatto finta d’accettarla, poi si sono scatenati. In serata, tremila ultrà - alcuni coperti da passamontagna o con caschi da motociclista - hanno bruciato una decina di cassonetti e attaccato la polizia che li fronteggiava. Così, una manifestazione di protesta che avrebbe dovuto essere pacifica, si è trasformata in guerriglia nel quartiere di Brignole. Petardi, fumogeni e pietre sono stati lanciati contro le forze dell’ordine schierate a difesa del bene comune. Poi, mentre la maggioranza dei tifosi ha deciso di non oltrepassare il confine della legalità, un migliaio ha proseguito negli atti di teppismo in stazione. Con scontri e cariche della polizia, 3 motorini e un’auto bruciati. E a mezzanotte gli ultrà, estenuati, hanno desistito, mollato la presa e se ne sono tornati a casa.
Così è finita in guerriglia urbana una lunga, estenuante vicenda sportivo-giudiziaria che vede il Genoa precipitare in serie C1. Il giudice Vigotti, con la sua ordinanza della scorsa settimana, aveva alimentato illusorie speranze. Invece, alla fine di tutte le 72 ore di camera di consiglio che si era preso per decidere dopo l’udienza con i legali di Genoa e Figc avvenuta martedì scorso a Genova, proprio lui ha fatto un evidente passo indietro. La giurisdizione è del Tar del Lazio, ha detto. Il tribunale civile non può farci niente. I calendari sono validi. Il Genoa è in C1. Il problema è quello di dire queste cose, con la stessa durezza, sulla faccia delle centinaia di tifosi genoani che ieri mattina, già di buon ora, hanno iniziato a presidiare l’entrata di palazzo di giustizia, e che da dieci giorni avevano visto nell’ordinanza di Vigotti la vera speranza per evitare il tracollo. Proprio per il timore di rappresaglie da parte dei sostenitori, ieri a Vigotti è stata assegnata la «tutela», cioè una scorta leggera: d’ora in poi il magistrato sarà accompagnato in auto da due agenti.
Sono stati gli avvocati del Genoa, Andrea D’Angelo e Alfredo Biondi prima degli altri, a dare la notizia davanti alla statua del Balilla di Portoria già «vestito» di rossoblù. E una notizia del genere riesce a far dire a un distinto cinquantenne che «stasera capiranno cosa hanno fatto, vedendo la città che brucia». Parole singhiozzate tra le lacrime e la rabbia che passa nel giro di un’ora, senza che il cordone di polizia schierato a difesa del palazzaccio debba alzare un solo scudo. Riesce persino a far ammettere a un ragazzo con la sciarpa al collo e il morale sotto le suole che «Preziosi ha fatto finire la storia del Genoa». Una frase di sconforto, che trova rarissimi sostenitori. Perché comunque il «Re dei giocattoli» resta nella stragrande maggioranza dei cuori rossoblù. E appena saputo della sentenza rilascia un’intervista in tv per rassicurare tutti. «Non mollo», è stato il suo messaggio preferito durante questi due mesi di continue docce scozzesi.
Ora, mentre la rabbia esplode e la città conta i danni della prima notte di scontri, la serie C non intacca l’amore della tifoseria, pronta a raccogliere l’ennesima, dura sfida della storia più lunga del calcio italiano. E pronta a dare ancora credito a un presidente che parla la stessa lingua della Gradinata Nord. «Abbiamo avuto accanimento, non un giusto processo - rilancia il patron rossoblù all’emittente Primocanale -. Ma se volevano far fuori Preziosi sappiano che il mio impegno non è stato nemmeno scalfito. Neanche per un attimo ho pensato di mollare. Sono intristito dalla vicenda ma non posso discutere un provvedimento del giudice». Del giudice ordinario, visto che per Preziosi la giustizia sportiva «non è mai esistita».