Il Genoa non è un’associazione a delinquere

Diego Pistacchi Piero Pizzillo

Il Genoa è stato condannato a giocare in serie C sulla base di due elementi indiziari: intercettazioni telefoniche e ritrovamento di una busta con 250.000 euro e il contratto di acquisto di un calciatore, ritenuta la prova principe della combine tra Genoa e Venezia. Ieri la procura ha ammesso che non c’è stata associazione a delinquere. Cioè, in termini pratici, che le intercettazioni erano state autorizzate grazie a un’accusa risultata infondata. E ora il giudice potrebbe dichiararle non valide. Visto che il reato era, semmai, «solo» quello di frode sportiva, i pm genovesi avrebbero potuto non avere neppure la competenza per indagare su quel contratto sospetto, dovendo piuttosto lasciare l’inchiesta ai colleghi di Monza, che già da giugno avevano dissequestrato i soldi trovati a Pino Pagliara. Se fin dall’inizio i magistrati genovesi Giovanni Arena e Alberto Lari avessero detto quello che hanno ammesso ieri nella loro richiesta di archiviazione per Enrico Preziosi e gli altri indagati, domani probabilmente si sarebbe giocata Siena-Genoa in serie A. Perché tutto il processo sportivo si è basato sulle prove fornite dalla procura di Genova. Prove che ora rischiano di non poter essere neppure usate in tribunale. Resta infatti in piedi l’ipotesi di reato di frode sportiva, ma crolla, per mano degli stessi accusatori, quella di un’associazione a delinquere costituita «per porre in essere una serie indefinita di reati di frode in competizione sportiva». Cioè, semmai c’è stato un reato, questo è limitato alla partita Genoa-Venezia e non a tutte le altre partite precedenti che avevano consentito di ipotizzare l’associazione a delinquere, quindi a disporre e utilizzare le intercettazioni telefoniche. Che poi era quanto avevano ripetuto invano fior di avvocati, da Franco Coppi ad Alfredo Biondi, da Maurizio Mascia a Mirko Mazzali, davanti ai giudici sportivi che avevano puntualmente respinto tutte le loro eccezioni.
L’altro aspetto riguarda appunto la competenza della procura a indagare sul reato. Se c’è stata combine, questa è avvenuta a Cogliate, negli uffici della Giochi Preziosi. Quindi il fascicolo doveva semmai essere aperto dalla procura di Monza. Lo stesso procuratore capo di Genova, Francesco Lalla, la scorsa estate aveva ammesso la possibilità di trasferire tutti gli atti ai colleghi, ma l’inchiesta per associazione a delinquere portata avanti dai due pm e dal procuratore aggiunto Giancarlo Pellegrino, aveva fatto restare a Genova tutte le carte, poi fotocopiate per l’ufficio indagini della Figc. Monza, nel frattempo, aveva provveduto al dissequestro dei 250.000 euro (trattenuti a Pagliara per il sospetto di «appropriazione indebita») ritenendoli giustificati dal contratto d’acquisto di Ruben Maldonado.
Il giudice che dovrà decidere sul processo ai dirigenti rossoblù e a quelli del Venezia, potrebbe trovarsi di fronte a due eccezioni (sulle intercettazioni e sulla competenza territoriale) che rischiano di chiudere il processo genovese prima ancora del suo inizio. E l’avvocato Mirko Mazzali, che difende Pino Pagliara, ha già fatto sapere che «valuterà la possibilità di avanzare la richiesta».
Ora, pochi giorni dopo la firma dell’accordo con cui Enrico Preziosi si è impegnato a non chiedere il risarcimento danni alla Figc per le condanne sportive subite nonostante processi poco chiari, la procura di Genova ammette che le accuse iniziali si sgonfiano parecchio, venendo meno quel reato associativo sul quale era stato costruito tutto il castello accusatorio. Mentre resta in piedi l’inchiesta del procuratore capo Francesco Lalla sul caso della sentenza sportiva della Caf scritta in anticipo, come dimostrerebbe il file sequestrato alla Figc. Ma il campionato di serie A e quello di serie C sono già nella fase finale.