Genoa, solo chi soffre ama

(...) diciassette anni eppure vicina una partita alla serie A. Era l’ultima di campionato 1987-88, che valeva la salvezza dalla serie C, ed era anche quella esattamente precedente la prima partita del campionato 1988-89, quando il Genoa iniziava la cavalcata con Franco Scoglio in panchina, Nappi e Fontolan là davanti. E magari Quaggiotto a fare qualche gol su punizione, cioè quella cosa talmente rara e bella che da ’ste parti diventa facilmente una cartolina.
Cosmi direbbe: «Diciassette anni e uno non riesce ad aspettare sei giorni?» A parte che per fortuna sono già cinque, anzi quattro per chi legge, questi giorni che mancano a Genoa-Venezia sono come quell’estate dell’88. È un periodo che bisogna passare, in sofferenza, da genoani. Non c’è niente da fare, sennò non ci sarebbe da amare, non ci sarebbe da tornare grandi. Detta così, domenica sera a caldo dopo il 2-2, sembrerebbe la storia della volpe e l’uva. E chi non avrebbe voluto chiuderla con il gol di Marco Rossi la pratica promozione? Alzo la mano timidamente, e provo a trovare qualche buona ragione per sostenere una tesi alla quale faccio fatica a credere io stesso. Un’idea strana venuta fuori un minuto dopo l’altro, riguardando il film di Piacenza, riascoltando frasi e mezze frasi sentite dopo la delusione, ma anche qualche battutina lanciata dopo la malcelata esultanza di qualcuno sempre appollaiato in agguato sul ramo finto del «Genova merita due squadre in serie A e spero che il Genoa venga su».
Ci provo, forte di una prima considerazione che deve essere una premessa, copiata dal sito grifoni.net, che ieri più che mai era lo spaccato dello stato d’animo delle migliaia di tifosi rossoblù: «Il genoano sa che prima o poi succederà, non sa quando ma sa che succederà. E aspetta. Fedele», scriveva Duca-Conte. Appunto, stare sereni, consapevoli che accadrà.
Non era scritto che dovesse finire a Piacenza. In troppi avrebbero avuto il rimpianto di non essere stati presenti. Qualcuno avrebbe associato il giorno della festa a una serata da dimenticare. Dare ancora un’occhiata al sito per credere: «Ho portato a Piacenza mio figlio e siamo rimasti coinvolti nella bolgia del finale con le forze dell'ordine che per caricare quattro imbecilli hanno messo nel mezzo famiglie donne bambini. Il mio con le lacrime agli occhi mi ha detto che non vuole più andare a vedere giocare al pallone», annuncia sconsolato C.Branco. E qui non si venga a dare la solita, facile colpa ai tifosi, ma tutti facciano autocritica, anche chi ha voluto far finta che non c’erano esigenze di ordine pubblico o che la «legge non consente...». Non per tutti è stata insomma «l'emozionante magnifica giornata vissuta con la carovana in scooter, una giornata indimenticabile, dal passaggio lungo le località dell'appenino, con la gente che ci salutava festosa e incuriosita, appostata sul ciglio delle strade e dalle finestre come quando passa il Giro, alla festa di Bobbio, alla marea di auto e moto riversatasi sulla cittadina emiliana che hanno invaso le strade e i parcheggi adiacenti lo stadio»: anche Billyjok come tutti gli altri genoani sognava una conclusione diversa, ma nel suo album di ricordi ha comunque riservato un grande spazio per la trasferta di Piacenza. E ha già preparato una pagina in più, per le foto da scattare a De Ferrari. Così le ha tutte e due le immagini-ricordo.
Ripensando alla partita. Ma sarebbe stato giusto andare in A nella partita che vedeva il Milito che serviva assist come il Pato dei tempi d’oro sostituito da Sartor, mentre il merito del trionfo era di Rossi, che se l’anno scorso un suo qualsiasi gol significava la vittoria quest’anno riesce sempre a far da premessa a un pareggio da unghie rosicchiate? E l’ultima immagine di Stellini rossoblù sarebbe stata quella dello sciagurato pasticcio a centrocampo? Mentre il pubblico tirava un sospiro di sollievo nel vedere capitan Tedesco sostituito dopo due minuti dall’inizio del secondo tempo (per l’eroe di tre quarti di campionato neanche un’uscita onorevole e meno plateale nell’intervallo) come il primo responsabile di una squadra senza idee? E Zanini? Il più bravo di tutti a trasformare un’annata sempre fuori ruolo in una carrellata di giocate da applausi, che si trascina per il campo piegato in due per avere sul groppone un palo a porta vuota e senza portiere che trema ancora adesso? D’accordo, il Genoa non è razionalità, ma che debba essere anche ingiustizia non è scritto da nessuna parte.
Veniamo a sabato (magari!, siamo ancora a martedì). Chi è rimasto a Genova, a soffrire davanti alla tv, ha senz’altro ancora nelle orecchie il boato rimbalzato dalla Lanterna a Marassi, dal Matitone al Righi, dal Vte a Sant’Ilario, quando a dieci minuti dalla fine, sembrava davvero la fine (dell’incubo). Quel boato, fatto di tanti piccoli «gooool» urlati da tanti piccoli maxischermi casalinghi, ha svegliato e ha detto che il Genoa stava vincendo anche a chi non avrebbe mai voluto sentire quella notizia. Bene, sabato c’è la possibilità di farlo sentire anche meglio, anche a chi domenica sera si era messo i tappi di cera. E soprattutto farlo sentire più a lungo.
Ci sarebbe anche da dire che non è giusto lasciare un’altra cravatta al collo di Preziosi. Che così si può far andare di traverso a Iachini e compagni anche quella speranza che dentro di loro hanno cullato per un’intera, ulteriore settimana. Che così non ci saranno fusi orari a spezzare le due feste, che tutta la giornata e la nottata saranno un unico filo rossoblù fino all’alba. Tutto quello che si vuole. Ma diciamoci anche la verità: chissà perché tutti pensiamo a quello zerovirgolazerozerouno per cento che ci fa aspettare sabato con la solita febbre da Grifo. La chiosa spetta a Mauri1893, anche lui un Lapalisse del «muro» online dei tifosi genoani: «è ovvio che razionalmente non dovremmo temere nulla, ma siamo Genoani, e se vedo ancora gente che mostra la maglietta con scritto A o che festeggia anzitempo prima del fischio finale, quello che ha fatto Sottil lo faccio anch'io...». Se fosse necessario, pronto a prendere anch’io quel «buffetto», in fondo solo chi soffre...