"Genocidio in Darfur: arrestate il presidente del Sudan, al Bashir"

Il
procuratore del Tribunale penale internazionale ha chiesto che la Corte spicchi il mandato per Omar Hassan al Bashir: crimini di guerra. Khartoum: non riconosceremo alcuna decisione

L'Aja - Il procuratore generale della Tribunale Penale Internazionale dell’Aja (Tpi) ha chiesto l’incriminazione e l'arresto del presidente sudanese Omar al Bashir per il reato di genocidio nel Darfur. Luis Moreno Ocampo ha presentato i risultati della sua seconda inchiesta sul conflitto che finora ha provocato oltyre 200mila morti e 2 milioni e mezzo di profughi, e formulato i capi di accusa: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella regione occidentale del Sudan. Adesso i tre giudici dell’udienza preliminare del Tribunale decideranno se le prove presentate dal pubblico ministero costituiscono una base ragionevole per passare all’arresto del presidente sudanese.

Dieci capi d'accusa Si tratta di tre capi di accusa per genocidio, cinque per crimini contro l’umanità e due per crimini di guerra. Nel primo caso, Bashir è accusato di aver ucciso esponenti delle tribù africane Zur, Masalit e Zaghawa della regione, di aver causato loro gravi danni fisici e mentali e di aver imposto condizioni di vita tali da portare alla loro eliminazione. I cinque capi di accusa per crimini contro l’umanità riguardano omicidio, sterminio, deportazione, tortura e stupro. Infine, il presidente è accusasto di crimini di guerra per gli attacchi lanciati contro i civili e la devastazione portata a città e villaggi.

Il Sudan: non riconosceremo alcuna decisione Dura, e scontata, la riposta arrivata dal governo di Khartoum per bocca di un portavoce del ministero degli esteri, Ali Al Sadig: «Per noi non esiste qualsiasi cosa venga dalla Cpi».

Al potere con un colpo di Stato Omar al-Bashir ascese al potere con il colpo di Stato del 1989, messo a punto insieme con il suo mentore Hassan al Thurabi, l’ideologo islamista che fu maestro anche di Osama bin Laden, quando il capo di al Qaeda si trovava nel Sudan. Beshir è ritenuto responsabile da gran parte della comunità internazionale dei crimini contro l’umanità commessi dal governo sudanese nel Darfur, dove dal 2003 una guerra civile ha fatto oltre 200.000 morti e più di due milioni di rifugiati. Khartoum si è distinta per l’appoggio dato ai janjaweed, la milizia araba a cavallo responsabile delle stragi nei villaggi della regione occidentale del Sudan.

Associazioni dei diritti umani Il direttore del dipartimento giustizia internazionale dell’organizzazione Human Rights Watch, Richard Dicker, aveva detto che l’ordine d’arresto significherebbe «un passo significativo contro l’impunità nel Darfur e invierebbe il messaggio che nessuno è al di sopra della legge, neanche se si tratta di un presidente». Nei giorni scorsi l’ambasciatore del Sudan all’Onu, Abdalmahmood Abdalhaleem Mohamad, aveva messo in guardia dalle «gravi ripercussioni» se Beshir sarà incriminato: «Ocampo sta giocando con il fuoco».

Manifestazioni a sostegno del regime Nella capitale sudanese si sono tenute ieri manifestazioni a sostegno del regime, che da parte sua gode dell’appoggio, nella comunità internazionale, di Pechino. La prova dell’indiretto coinvolgimento cinese nella tragedia del Darfur arriverebbe, tra l’altro, da un documentario della Bbc: i giornalisti britannici avrebbero individuato autocarri di fabbricazione cinese "Dong Feng" armati con mitragliatrici antiaeree, impiegati in almeno un attacco nella località di Sirba nella parte occidentale del Darfur.

Ban ki-Moon: a rischio la missione di pace La richiesta di arresto nei confronti del presidente sudanese preoccupa il segretario generale dell’Onu: le accuse possono avere «ripercussioni negative» nella missione di pace in Darfur anche se, ha aggiunto Ban Ki-Moon in un’intervista a Le Figaro, «nessuno può sfuggire alla giustizia». «La giustizia e la pace», ha spiegato Ban Ki-Moon, «devono procedere di pari passo. Il processo politico in Sudan non può essere duraturo senza il rispetto delle regole». Il segretario generale dell’Onu si è detto preoccupato per il futuro della forza di pace dell’Onu e dell’Unione Africana in Darfur: oggi sono 9000 i soldati impiegati, sui 25mila autorizzati dal Consiglio di Sicurezza. I responsabili del dipartimento delle operazioni di Pace dell’Onu hanno avvertito che la lentezza nel dispiegamento, oltre alla mancanza di elicotteri e mezzi di trasporto, può impedire il ritorno alla normalità. Entro l’anno, ha aggiunto Ban Ki-Moon ci sarà il dispiegamento dell’80% delle forze restanti.

La Ue: importanti giustizia e pace Il portavoce del commissario Ue allo Sviluppo e all’Aiuto umanitario, Louis Michel, ha affermato che «pace e giustizia sono ugualmente importanti per il Sudan e per la regione, e - ha aggiunto riecheggiando le dichiarazioni del Segretario generale Onu Ban Ki-moon - devono andare di pari passo. Il portavoce, John Clancy, ha anche sottolineato «il ruolo fondamentale» che svolge la Corte penale internazionale dell’Aia, e la sua e «importanza strategica».

Gli Usa: appello alla calma Invitando «tutte le parti» a mantenere la calma, la Casa Bianca ha rivolto un appello al governo sudanese affinchè metta fine alle violenze e consenta agli inviati dell’Onu di fare il loro lavoro. «Stiamo seguendo la situazione all’Aja ed esaminando le richieste del procuratore generale» ha detto a Washington il portavoce della Casa Bianca, Gordon Johndroe. «Nello stesso tempo - ha aggiunto - invitiamo tutte le parti a mantenere la calma».

I ribelli: consegneremo Bashir all'Aja I ribelli del Darfur hanno reagito con entusiasmo alla notizia. Mahgoub Hussein, portavoce di una fazione dell’Esercito di Liberazione del Sudan, ha parlato di una «vittoria per l’umanità nel Darfur» e ha evocato «l’inizio della libertà nel Sudan». I ribelli hanno detto di esser pronti a fare di tutto «per arrestare e estradare i criminali di guerra alla Corte internazionale». Suleiman Sandal, comandante sul campo del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza, che a maggio riuscì ad arrivare a un tiro di schioppo dal palazzo presidenziale, ha raccontato che i suoi uomini hanno festeggiato la notizia: «Aspettavamo da tempo questo momento; e così oggi festeggiamo e siamo davvero felici: questa è una vittoria del mondo civile e della gente che soffre nel Darfur, e per tutto il Darfur. Ma adesso la comunità internazionale deve andare avanti e non fermarsi, e noi siamo pronti ad aiutare in tutti i modi la Corte penale Internazionale per portare costoro alla giustizia. Beshir ha causato sofferenze indicibili e il genocidio della nostra gente e noi davvero apprezziamo quest’iniziativa della comunità internazionale». Soddisfatto anche Ahmed Diraige, presidente dell’Alleanza Democratica Federale del Sudan, un partito legato a tutte le maggiori fazioni ribelli, raggiunto telefonicamente a Londra: «La decisione da parte del Cpi incoraggerà Beshir a lavorare per la pace nel Darfur: è un passo positivo, quando tutti gli altri strumenti sono già stati tentati».

Amnesty: importante passo avanti La richiesta d'arresto è, secondo Amnesty International, un importante passo avanti per assicurare che i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani siano chiamati a rispondere del proprio operato. È quanto del resto Amnesty International chiede incessantemente da anni, nei confronti di tutte le parti coinvolte nel conflitto in Darfur. Amnesty International sollecita il governo del Sudan a garantire che la richiesta del Tribunale penale internazionale non abbia un effetto negativo sul dispiegamento della missione congiunta Unamid e sull’accesso in Darfur degli organismi umanitari.