Il genocidio negato del popolo armeno

Egregio dottor Granzotto, quest’estate ho avuto modo di leggere «I quaranta giorni del Mussa Dagh» di Werfel. Poiché la materia mi sembra tornata di attualità, potrebbe cortesemente chiarirmi i motivi, lo sviluppo e la conclusione dell’atroce massacro degli Armeni a opera dei Musulmani?


Lasci, caro Pompei, ch’io spieghi ai lettori di cosa stiamo parlando. «I quaranta giorni di Mussa Dagh», libro di grande successo scritto nel 1933 da Franz Werfel, racconta dell’unico episodio di resistenza da parte degli armeni al tempo del loro Olocausto. Mussa Dagh significa la montagna di Mosè e dal 21 luglio al 12 settembre del 1915 su quel monte si arroccarono circa 5mila armeni che ribellandosi al governo ottomano intendevano sfuggire alla deportazione. Furono assediati, attaccati, bombardati, ma non cedettero. Allo stremo delle forze riuscirono poi ad attirare l’attenzione di una squadra anglofrancese che incrociava nel golfo di Alessandretta e da quella furono tratti in salvo e trasferiti a Porto Said, in Egitto. In forma di inchiesta giornalistica e arricchita da documentazione di prima mano la vicenda è minuziosamente ricostruita anche nel recente «Mussa Dagh, gli eroi traditi» di Flavia Amabile e Marco Tosatti.
Il genocidio. Sono in molti a negarlo. Ma per dirla con Vittorio Messori oltre un milione e mezzo di morti su una popolazione di due milioni, sono «una percentuale dell’orrore che non ha pari, in età moderna, per alcun altro popolo». Eppure non ostante quell’orrore solo recentemente s’è cominciato a parlare di Metz Jeghern, il Grande male, come gli armeni chiamano il loro Olocausto (a questo proposito, Messori osserva che sull’oblio può aver pesato il rifiuto degli ebrei di mettere Metz Jeghern a paragone con Shoah, per il rischio di veder sminuita se non proprio invalidata l’unicità di quest’ultima). I fatti: dopo che il partito Ittihad ve Terraki (Unione e Progresso, mi raccomando il progresso) dei Giovani turchi ebbe, con l’aiuto di esperti tedeschi, pianificato il genocidio e creato una forza paramilitare destinata a metterlo in atto, Metz Yeghern ebbe inizio il 24 aprile 1915, coordinato da un direttorio di cui faceva parte anche Mustafa Kemal, più noto in seguito come Ataturk. Volendo riformare lo Stato su base nazionalista, sull’omogeneità etnica e religiosa, sulla «limpieza de sangre», insomma, l’obiettivo degli ottomani islamici era quello di cancellare dalla faccia della terra la comunità armena cristiana. Di attuare una radicale pulizia etnica. Ci riuscirono.
Quel 24 aprile del 1915, dunque, cominciò con il massacro dei notabili armeni cui seguì la confisca dei beni e l’arruolamento di tutti i maschi adulti armeni i quali, una volta in divisa, furono messi al muro. Nei mesi successivi la struttura paramilitare (chiamata Organizzazione speciale) si abbandonò a eccidi e violenze sulla popolazione civile e infine, radunati i superstiti, quanto rimaneva della comunità fu deportato dall’Anatolia, dove era installata dal settimo secolo avanti Cristo, nel deserto di Der es Zor. Metà di essa perì nel corso della terribile marcia, ma il destino dei sopravvissuti non fu migliore: chi non moriva di fame e sete veniva soppresso con metodi brutali, il più delle volte lapidato per risparmiare le munizioni. «Il genocidio degli armeni che ha dato inizio al secolo è stato il prologo agli orrori che sarebbero seguiti» disse, facendo un chiaro riferimento ai campi di sterminio nazisti, Giovanni Paolo II. Chiedendosi «come il mondo abbia potuto conoscere aberrazioni tanto disumane». Aberrazione che a tutt’oggi il governo turco con ambizioni europee continua a negare.
Paolo Granzotto