Genova, una canzone che ti entra nel cuore

Forse il contributo del sottoscritto è abusivo. Non posso, infatti, appropriarmi di una scelta che non mi è data, in quanto il mio stare a Genova è determinato dall'incarico affidatomi dall'azienda per la quale lavoro, e non già da una condizione di nascita (nel mio caso romana capitolina) o da una scelta di vita. Dunque, per me non si pone il dilemma: restare o partire. Posso però preferire questa parentesi genovese, ad altre che in giro per l'Italia la mia professione mi ha portato a sperimentare. E posso raccontare quali sono le cose di questa vostra città che mi hanno conquistato e che mi fanno sentire un genovese d'adozione. Quali anche le contraddizioni che mi spingono a non richiesti consigli critici.
Anzitutto, confesso l'osservatorio privilegiato dal quale parlo, essendo Genova la capitale italiana dello shipping, ed occupandomi io di comunicazione per l'industria navale. Ma il mio amore per questa città non è dettato solo da mere soddisfazioni personali. Genova è per me come una canzone che non ti entusiasma al primo ascolto, ma che poi riascoltandola ti entra nel cuore per divenire la colonna sonora della tua vita. Come un tesoro che non si svela subito, perché la sua ricchezza non è manifesta ma discretamente custodita all'interno di uno scrigno disadorno.
Il fascino di questa città, del suo magico centro storico, della sua veneranda e nobile tradizione marinara, ti rapiscono senza che tu te ne accorga, perché ciò che ti emoziona è dissimulato in un carruggio angusto, nell'improvvisa scoperta di una minuscola piazza o di un'antica chiesetta che si dischiudono all'improvviso stregandoti, senza clamore. Sensazioni che può apprezzare solo chi è ancora capace di fermarsi a contemplare le navi che con le loro luci rientrano in porto nel silenzio della notte, rotto solo dalle onde del mare. E poi che dire del «genovese».
Mai come nel suo caso il luogo comune è assolutamente falso e fuorviante. Se chiedo ad un genovese un parere sui suoi concittadini, mi risponderà mugugnando: «Ma cosa è venuto a fare lei in questa città smorta, chiusa e inospitale, dove permane una secolare guerra tra famiglie e piccole lobby?». Eppure tutti i genovesi che ho incontrato finora sul mio cammino - e non penso di aver conosciuto solo genovesi atipici - si sono rivelate, a parte un po’ di sana diffidenza iniziale, persone straordinariamente generose, pronte ad offrirti un'amicizia fondata sulla roccia e non sulla sabbia degli interessi contingenti. Pronte ad aprirti non subito, ma per sempre, le porte della loro vita.
Detto questo, è davvero un peccato accettare alcune storture che non rendono il giusto onore ad una città dal carattere e dalla storia così pregna e profonda. È triste pensare che due visitatori su tre vengono a Genova solo per portare i bambini all'Acquario, senza attraversare la linea che separa il pur bellissimo Porto Antico dal centro storico.
E' triste leggere le statistiche e pensare che Genova stia diventando la città più vecchia d'Italia con una perdita di oltre 200mila abitanti negli ultimi vent'anni. È triste abbandonare alcuni vicoli meravigliosi nelle mani di bande di spacciatori e immigrati clandestini che fanno scappare i genovesi, figuriamoci i turisti.
È triste vedere sempre gli stessi, senili volti a capo delle congreghe che in modo autoreferenziale si spartiscono il potere di una città che rischia di non saper più immaginare il proprio futuro. È triste, infine, considerare Genova solamente una (ex) città industriale, quando a pochi chilometri potrebbe fare sinergia con le magnifiche perle della riviera ligure. Eppure, tranne Roma e poche altre città al mondo, il mio soggiorno zenese non lo cambierei con nessun'altro. Per questo, nonostante tutto, dico: grazie, Genova, grazie, amici genovesi.