Genova, il derby della Lanterna

La strana sfida tra Genoa e Sampdoria. Gasperini e Mazzarri non si sopportavano, invece con
Del Neri... E Cassano da bullo si trasforma in lord: "Io fare due pere al Genoa? No, non
l’avevo mica detto"

Certo, è derby. Epico, atteso, esorcizzato, cabalizzato, temuto, sognato. In una parola, derby. E il derby - quello della Lanterna in particolare, insieme a Roma-Lazio probabilmente il più magico fra tutti i derby dal punto di vista delle coreografie e della passione che si riversa dalle gradinate - è unico, strano per definizione.
Però, il derby di stasera al Ferraris è sì strano, ma a tratti quasi estraneo. Con tutti i protagonisti che si distinguono nel tenere i fari spenti, nel non mettersi in mostra.

Esempi come se piovesse. A proposito, se piovesse, ci sarebbe pure l’incognita campo: il prato è stato rizollato da quindici giorni e l’ultima partita, Sampdoria-Chievo, è stata una pena, con i giocatori più impegnati ad occuparsi di zolle cattive che di palloni buoni. Fra parentesi, Sorrentino, portiere del Chievo, premio per il miglior giardiniere in campo.

Derby a luci soffuse, dunque. Gasperini gioca al casino organizzato, con allenamenti a porte chiuse, spifferi sulla possibile partenza di Figueroa fino a qui usato con il contagocce, dal primo minuto, visto che sarebbe più in forma di Floccari e Crespo. Del Neri, se possibile, minimizza ancor di più. Certo, parte con lo scontato: «Non è una partita, è il derby, quasi una finale di Champions League». Però, poi, si adegua al clima cloroformizzato e chiaramente irreale: «Ero quasi tentato di non fare il ritiro e di far arrivare i giocatori direttamente al campo un’ora prima della partita. Poi, però, l’abitudine...».

Cassano replica con un aplomb quasi britannico. Che, detto per Cassano, è qualcosa in più che per un altro. È un’altra circostanza chiaramente irreale. Se l’anno scorso, Antonio non perdeva occasione per ironizzare sui rossoblù «un po’ pallidi» e per sbruffoneggiare sulla superiorità blucerchiata, stavolta invece sembra il Vecchio Saggio dei Gormiti (sì gli omini di plastica che sono il maggior business di Preziosi) e smentisce addirittura di essere andato domenica scorsa sotto la gradinata del Doria a dire che avrebbe fatto «due pere» al Genoa: «Macchè, ho solo salutato un amico con la mano semiaperta...». Preziosi, dal canto suo, ricambia con gli interessi il bon ton cassaniano: «Antonio? Merita la Nazionale».

Lo stesso Preziosi, insieme a Garrone, solitamente non costituisce una coppia di fatto. Per usare un simpatico eufemismo. Anzi, i due - caratterialmente, etnogeograficamente, persino stilisticamente - sono cane e gatto. Talmente diversi da essere quasi incompatibili. E invece. Invece, stavolta, arrivano allo stadio accompagnati addirittura da un patto sottoscritto da entrambi per uno stadio che, con ogni probabilità, non si farà mai vicino all’aeroporto di Sestri Ponente.
Persino quella degli allenatori è una storia diversa, stavolta. Complici vicende accadute ai tempi in cui allenavano entrambi nel campionato Primavera, Gasperini e Mazzarri non si sono mai potuti vedere. E non hanno mai fatto nulla per nasconderlo negli spogliatoi. Anzi, quando ci hanno provato per una prova di pace, è stato peggio delle altre volte. Con Del Neri, invece, Gasperini sfodera il migliore dei complimenti a sua disposizione: «Ora sono una squadra più offensiva, con molte più soluzioni in attacco...».

E addirittura l’arbitro non provoca le polemiche dell’ultima volta di Farina, sospetto di genoanità. Rosetti è sì detestato dai supporter della Sampdoria, ma anche i genoani lo vedono malissimo perché con lui non hanno mai vinto un derby. E quindi riesce a mettere d’accordo tutti nel mugugno preventivo, specialità genovese quant’altre mai.

Insomma, è come se sullo stadio aleggiasse quel clima da Paolo Conte di maccaia, l’umidità genovese accidiosa. Come se i fari tenui fossero obbligatori.
Poi, però, alle 20,45 si accendono i riflettori sparati sul campo. E allora sarà derby, derby vero.