«Genova, diva scontrosa»

Di enorme suggestione visiva. Imprevedibile nei continui giochi di opposti che si susseguono e compenetrano. Ma ancora sottoutilizzata. È questo, il ritratto che Gianni Canova, critico cinematografico diviso fra università (lo Iulm di Milano, dove insegna), tv (su Sky, con la sua rubrica di cinema), articoli (è direttore e fondatore del mensile Duel, ora Duellanti, e collabora con numerose testate), libri e mostre (fra cui Le città invisibili e Dreams. I sogni degli italiani in 50 anni di pubblicità televisiva, entrambe per la Triennale di Milano) fa di Genova. Fra Padre e Figlio. E dive da orgasmo.
Professore, Genova città cinematografica?
«Genova è una città molto simile a Lisbona, un set urbano/artificiale capace di regalare immagini di enorme suggestione visiva. Penso ai contrasti che convivono nella città, rendendola unica: troviamo il moderno e l’antico, il nuovo e l’obsoleto, l’oriente e l’occidente. Contrasti che si rincorrono. E questo, dal punto di vista filmico, funziona. O, almeno, dovrebbe funzionare».
Dovrebbe.
«Sì, dovrebbe. Perché viviamo ancora in un cinema italiano romano-centrico, che si sposta dalla Capitale solo per mettere davanti alla machina da presa le città turisticamente più ovvie come Venezia, o Napoli. Lasciando indietro altre possibilità. Penso a Genova, penso a Trieste: entrambe splendide. E sottoutilizzate».
Di Genova come set Lei apprezza...
«Il suo essere meticcia, imprevedibile. E il suo giocare con lo spazio: Genova è città orizzontale, ma anche verticale. È città del sopra e del sotto, tagliato dalla Soprelevata. E, poi: è l’ombra dei carruggi e l’orizzonte aperto del mare. È l’alto di Spianata Castelletto e la vastità del porto e della periferia».
Genova e un film.
«Senza dubbio Padre e figlio, di Pasquale Pozzessere. Nella storia di Corrado, operaio dell’Ansaldo che di notte fa il guardiano al porto e del suo difficile rapporto con il figlio, il regista è riuscito a scavare l’anima della città, restituendola sullo schermo in modo sorprendente e inatteso anche per chi, come me, credeva di ben conoscere Genova. Qui, il gioco fra orizzontalità e verticalità è duplice: nella spazialità delle riprese, certo. Ma anche nel rapporto padre e figlio».
E la prova di Soldini con «Agata e la tempesta»?
«L’estro cromatico di Soldini ha messo in scena una Genova scoppiettante nei colori, a tratti esasperata. E questo non mi convince: perché sono convinto che Genova, come Torino, abbia un’“anima nera” di fondo da scoprire. E se Dario Argento è maestro nel smontare il capoluogo piemontese dalla sua rigidità sabauda, tagliando la sua rigidità per chiara provocazione, il gioco, per Genova, è ancora tutto da provare».
La città della Lanterna è una diva.
«Genova è una diva scontrosa. Non avrebbe mai la sfacciataggine di Sharon Stone, che in Basic Instinct accavalla le gambe per far vedere quello che tutti noi sappiamo. È una che si lascia scoprire a poco a poco, non da tutti. Ma che, quando si svela, è da orgasmo. Come Emmanuelle Béart».