Genova e i bestseller, protagonista per caso

(...) Ma, se la saga di Montalbano è l’esempio più tipico e più ricorrente, ci sono tanti altri long seller e fenomeni editoriali dove il ruolo della nostra città è quello di un cameo cinematografico, un gioiellino nascosto, un tartufo sotto molti strati di terra.
Pensiamo a Gomorra, il romanzo-reportage di Roberto Saviano, fenomeno editoriale dell’anno e forse anche del decennio (Strade Blu, Mondadori, 15,50 euro). Genova, in realtà, non c’entra nulla con questa storia, ambientata tutta in Campania, fra Napoli e Casal di Principe, con qualche incursione in Gran Bretagna e al Nord. Ma la Liguria è comunque una presenza sotterranea e costante: quando si parla di porto; in una citazione incidentale di un personaggio; come Terra Promessa mai esplicitata; come killer mai nominato delle discariche campane ogni volta che si parla di rifiuti tossici, visto che alcuni dei fanghi valbormidesi di Cengio sono finiti anche in Campania.
Oppure, per uscire dal successo immediato per arrivare al successo che si perpetua da anni ed anni, pensiamo a Romanzo criminale, il capolavoro di Giancarlo De Cataldo, e al suo sequel ideale Nelle mani giuste, entrambi pubblicati da Einaudi, nella collana Stile libero big (di Romanzo criminale, 16 euro, è disponibile anche una versione con il riuscitissimo film tratto dal libro, firmato da Michele Placido e interpretato dalla meglio gioventù del cinema italiano, da Pierfrancesco Favino a Kim Rossi Stuart, da Claudio Santamaria a Stefano Accorsi, passando per Riccardo Scamarcio).
Romanzo criminale parla della banda della Magliana ed ha un andamento, personaggi e luoghi assolutamente romanocentrici, con brevissime incursioni toscane e emiliane. Ma Genova? Genova non c’è. Però, c’è. Nicola Scialoja, il commissario di polizia che si prende sulle spalle la lotta contro la banda, a un certo punto verrebbe promosso ai vertici della questura di Genova, una specie di Salvatore Presenti di carta. Una grossa opportunità professionale, che però il commissario rifiuta per poter continuare il suo lavoro a Roma. Come dire? Incontrarsi e dirsi addio.
Oppure, Giorgio Faletti. Tutti noi ricordiamo Io uccido ambientato a Montecarlo, dove si respirano chiaramente anche sapori di Liguria. E, quando lo intervistammo all’epoca, Faletti ci spiegò di come Genova fosse assolutamente adatta alle atmosfere di un thriller, di un noir o di un giallo. Circostanza testimoniata anche dal fiorire della narrativa «di genere» alle nostre latitudini. Penso, ad esempio, alla serie arancione dei Fratelli Frilli o a tanti romanzi De Ferrari o ancora ai due migliori autori in circolazione: Claudio Paglieri, che ha portato le atmosfere del centro storico e dei caruggi anche a livello nazionale con Piemme, e Antonio Caron.
Ma, a parte il Principato di Io uccido e l’intervista sul fascino genovese al Giornale, Giorgio non è ancora arrivato a Genova con i suoi tre romanzi e nemmeno con i racconti di Crimini e Crimini italiani, le raccolte curate da De Cataldo e pubblicate proprio da Einaudi Stile libero. Racconti che, giustamente, ha scelto di ambientare nei due scenari che conosce alla perfezione: Asti, dove è nato, e l’isola d’Elba, dove vive.
E la Liguria, allora? Eccola, quasi impalpabile, a pagina 206 di Pochi inutili nascondigli, la sua raccolta di racconti che ha conquistato e mantenuto i vertici delle classifiche quest’estate, edita da Baldini Castoldi Dalai (17,90 euro). Nel racconto Graffiti, quasi all’improvviso, senza segnali preventivi, nè successivi, arriva il mare della Baia del Silenzio e della Baia delle Favole: «Quando anche la sorella, che abitava a Sestri Levante, era rimasta vedova, sua madre aveva deciso di andare a vivere con lei. Per il clima, aveva detto».
Tutto qui. Periferica, quasi invisibile. Eppure, importante. Come quelle scene dei film di Dario Argento dove un particolare importantissimo si vede solo riflesso nello specchio. E solo in pochi sanno coglierlo.
Per amatori, enigmatico e capace di fare la differenza. Come Genova, come la Liguria.