Genova e Liguria «retrocesse» dall’agenzia Standard & Poor’s

Di fronte alla morte, ovviamente, ci sono il silenzio e - per chi crede in Dio - la preghiera. E, di fronte alla morte di una personalità istituzionale, c’è anche il rispetto dell’istituzione stessa, per di più se questa è la presidenza della Repubblica.
Ma lì ci fermiamo, non andiamo oltre. Soprattutto, se la personalità in questione ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a dividere e non ad unire. Ieri, sul Giornale, l’hanno spiegato molto bene due maestri come Vittorio Feltri e Giancarlo Perna. Ma, anche in chiave genovese, bastava leggere il titolo di apertura della prima pagina del Secolo XIX di ieri per dare un giudizio definitivo: «Addio a Scalfaro l’anti Berlusconi». E magari volevano fargli pure un complimento.
Tutto legittimo, per carità. Ci mancherebbe altro di raccontare un Paese di soli pro-Berlusconi. Ma c’è un piccolo particolare: se un capo dello Stato passa alla storia, o anche semplicemente alla cronaca genovese, come l’«anti Berlusconi» c’è qualcosa che non va, un pesante corto circuito istituzionale. Un presidente, qualsiasi presidente, non può essere nè l’anti Berlusconi, nè l’anti Monti, nè l’anti D’Alema, nè l’anti Vendola, ma semplicemente garantire tutti. E se questo non avviene, la sua presidenza non è stata una buona presidenza.
Non basta. Alla pagina successiva del Secolo XIX, appare un’intervista alla genovesissima Fernanda Contri che ricorda di come Oscar Luigi Scalfaro la nominò giudice costituzionale, la prima donna della storia della Consulta. Piccolo particolare: nell’intervista non si ricorda in alcun modo che anche quella nomina (...)