Genova e la maledizione del disordine pubblico

Il direttore generale della Federcalcio Antonello Valentini, quasi ad esorcizzare una sorta di maledizione che aleggia sul capoluogo ligure, spiega: «Non abbiamo sbagliato a scegliere la città di Genova e lo stadio Marassi per la partita contro la Serbia. Certo, quello che è successo ci fa riflettere, ma l’impianto di Genova è a norma e ospita regolarmente partite di serie A e anche di Champions League. Rimborseremo i biglietti e ci riproponiamo di tornare a Genova al più presto per una nuova partita di calcio».
Chissà se ci crede davvero. Chissà se pensa davvero che la Figc non ha sbagliato a scegliere Genova per una partita con una tifoseria a rischio come quella serba. Ma non è un problema di agibilità, di impianti, di timbri o di ceralacche. È come se su Genova - città di una bellezza straniante e assoluta e di una violenza ancor più straniante e assoluta - aleggiasse una sorta di maledizione dell’ordine pubblico, che torna periodicamente e regolarmente, in un corso e ricorso di eventi che ha la violenza di piazza come minimo comune denominatore.
L’altra notte, vedendo nella gabbia del settore 6 un ultrà serbo che maneggiava un estintore, il pensiero è corso immediatamente al fermo immagine di Carlo Giuliani che, con un nastro di scotch incastrato sul braccio, tentava di lanciare un estintore identico contro una camionetta dai carabinieri, rischiando di colpirne e di ammazzarne gli occupanti. I fermi immagini successivi sono lo sparo di Placanica, il corpo di Giuliani riverso in piazza Alimonda e la guerriglia urbana che incendiò Genova in quei giorni del torrido luglio 2001. Il lungomare di corso Italia balcanizzato, con le automobili rovesciate in mezzo alla strada come trincee, i lanciatori di molotov da una parte e poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa dall’altra.
E poi la reazione della polizia alla Diaz, la «macelleria messicana» di agenti che pensano di rispondere alla violenza con la violenza, i manifestanti portati nella caserma di Pontedecimo, i genovesi asserragliati in casa, prigionieri di giorni di violenza e follia, con le sirene dei blindati come colonna sonora, con il rosso acceso dei fumogeni che bruciano e brillano nella notte come colore di fondo. Lo stesso colore di fondo, la stessa colonna sonora, le stesse violenza e follia viste l’altro giorno prima in via Venti Settembre, nel salotto commerciale della città, poi dentro il Ferraris e poi sul piazzale davanti allo stadio.
Ai tempi del G8 erano black bloc e soprattutto ultrà di sinistra, mercoledì erano ultrà nazionalisti della destra serba. Ma, di fronte alla «maledizione di Genova», non c’è colore politico che tenga.
Perché è una storia che affonda le radici nel secolo scorso, dietro il bollino, bello e continuamente esibito, di «città medaglia d’oro della resistenza». Che, però, sotto la cipria, nasconde una violenza di piazza sempre pronta a scatenarsi: dal 30 giugno 1960 - quando manifestanti comunisti, «democratici», giovani e portuali scesero in piazza contro la celere per impedire il congresso del Movimento sociale italiano, armati di ganci e rovesciando camionette - al 18 aprile del 1970, esattamente dieci anni dopo, quando Ugo Venturini, un ragazzo di 32 anni, sposato e padre di un bambino che aveva come unica colpa quella di voler assistere al comizio di Giorgio Almirante, venne colpito al capo da un sasso che gli provocò un’infezione. Morì dodici giorni dopo, il primo maggio, prima vittima degli anni di piombo. Quel diciotto aprile, in piazza Verdi, davanti alla stazione Brignole, c’erano centinaia di camalli e di militanti di sinistra che lanciarono bastoni, bottiglie e sassi contro il palco di Almirante. Poi fu il terrorismo, furono le Br, fortissime a Genova, fu Guido Rossa.
Sassi, bottiglie, bastoni. La stessa scena di sempre negli scontri di piazza a Genova. Come in una storia in cui la follia e la violenza che ritornano sono eternamente, maledettamente, le penultime.