«Genova ha un cuore grande Lo nasconde come i suoi palazzi»

(...) Perchè nei suoi cinque anni genovesi, Romano è riuscito a dimostrare l’utilità di un ruolo troppo spesso identificato con le passatoie rosse e l’immagine un po’ impolverata del burocrate mandato da Roma. Nonostante, come dire, avesse anche il cognome adatto al ruolo.
Ecco, il prefetto di Genova, fino all’ultimo giorno, sta dimostrando che il prefetto può essere anche qualcosa di diverso da quest’iconografia classica. Certo, sempre prefetto è, ha il senso delle istituzioni, deve rispondere al governo e non si può immaginarlo come un rivoluzionario sulle barricate. Ma, compatibilmente con il suo ruolo e con il decoro che quel ruolo impone, Romano rivoluzionario lo è stato e lo è per davvero. Posso anche testimoniarlo personalmente: abbiamo un prefetto pronto a rispondere ai giornalisti in ogni istante del giorno, con un colpo di telefonino sempre in canna. E, soprattutto, per non dire mai niente di banale.
Posso fare una confessione personale prima dell’intervista? Ovviamente faccio i migliori auguri alla sua successora Anna Cancellieri (a proposito, si dirà «il prefetto» o «la prefetto»? Marta Vincenzi potrebbe metterci in piedi una commissione di studiosi), che ovviamente non è «colpevole» dell’ottimo lavoro del suo predecessore. Ma, secondo me, Giuseppe Romano sarà un prefetto che verrà rimpianto a lungo. Oltre che un prefetto galantuomo.
Prefetto Romano, diciamolo subito. Quando è arrivato qua, sia lei che la prefettura di Genova uscivate da un brutto momento. Quando era prefetto a Roma, lei venne arrestato e le venivano contestate alcune decisioni su un autoparco. Poi, dopo un anno, fu definitivamente prosciolto e, anzi, la Cassazione le rese definitivamente giustizia. Quell’inchiesta fu clamorosamente sbagliata, lei fu vittima di uno dei più clamorosi casi di malagiustizia, eppure a Genova c’è chi la sbandierò contro di lei, ho ancora sul tavolo i comunicati dei giustizialisti che pontificano su altri giornali. E la prefettura aveva ancora le ferite aperte del G8...
«É vero, dovevamo ricucire il rapporto di fiducia della città con le Forze di Polizia, bruscamente interrotto nel 2001».
Ci siete riusciti?
«In parte, solo in parte, sì. Ma una cosa dev’essere ben chiara: fermo restando che chi ha sbagliato deve pagare - e se ne sta occupando la magistratura - la Polizia di Stato, l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza sono forze sane».
Lei ha lavorato molto anche per assicurare che la manifestazione dei no global dello scorso novembre fosse pacifica.
«Penso che quella manifestazione sia stato un grosso successo della capacità di mediazione anche con le aree più antagoniste».
Non tutti le hanno riconosciuto questo merito. C’è chi dice che lei ha mediato troppo.
«É una cosa che mi ha fatto un male terribile. C’è chi ha definito “irresponsabile“ il fatto che io non abbia vietato il corteo del 17 novembre».
In politica, si dicono molto di peggio...
«Nell’agone politico, tutto è consentito. Quello che è inaccettabile, è mettere di mezzo le istituzioni. Le istituzioni vanne sempre preservate».
Passiamo alle cose belle. A Genova, per esempio.
«Ho imparato ad amare questa città...Ho dato molto ed ho avuto moltissimo».
Se l’aspettava così quando è arrivato in città?
«Sono abituato a respingere gli slogan e chi ragiona per slogan, in qualsiasi settore. E quindi penso che tutti gli slogan su Genova e sui genovesi siano sciocchezze. Poi, certo, essere prefetto dà una posizione di privilegio. Il mio è stato un osservatorio particolare».
Tolti di mezzo gli slogan, cosa ha trovato?
«Consenso nei confronti delle cose che ho fatto, il che ovviamente mi ha fatto piacere. E ho trovato anche ottimi responsabili delle Forze dell’Ordine: due straordinari questori e due grandi comandanti provinciali dell’Arma».
É così importante che prefetto, questore e colonnello siano sulla stessa lunghezza d’onda? In fondo, siete istituzioni diverse.
«Se non ci fosse identità di vedute fra noi, andrebbe a sbattere non il prefetto, ma la città intera. Proprio per questo sono particolarmente soddisfatto del lavoro continuo che abbiamo fatto tutti insieme nel Comitato per l’ordine e la sicurezza, di cui abbiamo catalogato tutti i verbali, in modo che possano costituire anche uno strumento di lavoro per chi verrà dopo di noi».
Ma Genova è una città sicura?
«Abbiamo ottenuto ottimi risultati. Il problema è che se non ci sono scippi e rapine, nessuno riconosce i meriti delle Forze dell’ordine, se ci sono è colpa degli agenti. Non può essere così».
L’impressione è che lei sia molto ascoltato a livello nazionale. All’ultima cerimonia degli auguri di Natale si è addirittura scomodato il viceministro degli Interni Marco Minniti, uno degli esponenti più ragionevoli di tutto il centrosinistra...
«Non so se sono molto ascoltato. So che, la scorsa settimana, ci siamo visti con il ministro Amato. Eravamo in dieci, i prefetti delle principali città, e io mi sono permesso di contestare lo slogan “percezione dell’insicurezza“. Il rischio è che siano anche queste situazioni a creare insicurezza».
In questi giorni, però, le strade del centro sono quasi militarizzate. Con stile, certo. Ma non mi sono mai sentito così sicuro in via San Lorenzo come l’altra domenica: auto di polizia e carabinieri che vanno in continuazione su e giù...
«Il piano delle Feste sta funzionando. E voglio sottolineare anche il ruolo della Guardia di Finanza che ho voluto dedicare alla repressione dell’abusivismo commerciale e delle merci contraffatte. Pensi che hanno già sequestrato 185mila pezzi. Credo che anche la sicurezza economica faccia parte del concetto di sicurezza».
E con le istituzioni politiche come si è trovato?
«Benissimo, come è giusto che sia per un prefetto. E, segnatamente, mi sono trovato molto bene con i sindaci».
A proposito di sindaci, lei è prefetto anche di tutti gli altri primi cittadini, non solo di quelli della città.
«Lei mi offre l’occasione di dire una cosa che mi sta molto a cuore: vorrei elogiare l’impegno dei sindaci dei piccoli Comuni che, di fronte a bilanci esigui, hanno una grandissima passione civile che li anima. Terrò fra le cose che ho più care una targhetta che mi hanno voluto regalare i sindaci della Fontanabuona».
Cosa l’ha colpita di Genova, che magari non si aspettava?
«Ad esempio, la grande solidarietà, il volontariato fortissimo, che agisce in maniera silenziosa, com’è nel costume dei genovesi. É la vera anima di questa città e ho avuto modo di apprezzarla ancora una volta anche qualche giorno fa con il cardinale, straordinaria persona, al centro di Bianca Costa. In fondo, funziona un po’ come per i palazzi. I genovesi nascondono non solo le loro splendide dimore, ma anche i loro sentimenti. Che sono bellissimi e fortissimi».
A proposito di sentimenti bellissimi e fortissimi. Sua moglie, con cui ora andrete un po’ a Pisa e un po’ a Catania (e magari tornerete un po’ anche a Genova), è stata una presenza costante e importante al suo fianco. Una first lady?
«Accanto a chi svolge una funzione pubblica, ci vuole qualcuno che lo aiuti, pur nella diversità del ruolo. Mia moglie è un colpo di fortuna».