Genova, killer viene assolto Rivolta dei parenti delle vittime

Luca Delfino era accusato dell’uccisione di Luciana Biggi, sgozzata nel
2006 con un coccio di bottiglia

Genova La sentenza l’aveva già «emessa» lo stesso pm che ha provato a sostenere l’accusa. «Non ci sono prove sufficienti per mettere in galera Luca Delfino», aveva risposto il sostituto procuratore Enrico Zucca alla polizia che gli chiedeva di arrestare il giovane sospettato dell’omicidio della sua ex fidanzata, sgozzata nei vicoli di Genova con un coccio di bottiglia. Poi, dopo che lo stesso Delfino lasciato libero aveva ucciso un’altra ex, questa volta in strada a Sanremo sotto gli occhi di tutti, il magistrato ha sostenuto l’accusa contro di lui e lo ha portato davanti alla corte d’assise di Genova per accusarlo del «primo» delitto. Ma i giudici ieri gli hanno risposto con le sue stesse parole: non ci sono prove sufficienti. Delfino, almeno per l’omicidio di Luciana Biggi, non può essere condannato, la tesi del pm non regge. La formula è quella dell’assoluzione «per non aver commesso il fatto», che ricomprende l’antica «insufficienza di prove».
Ha del clamoroso la sentenza emessa ieri a Genova. Stupisce ancor più perché arriva dopo «sole» cinque ore di camera di consiglio da parte di una giuria popolare, spesso temuta dai difensori degli imputati di delitti che scuotono l’opinione pubblica. Un caso come quello di Luca Delfino, per l’appunto già condannato per aver massacrato una ex fidanzata che non voleva riprendere la relazione, era a rischio di condizionamento, soprattutto per quanto riguarda quei giurati che non sono magistrati di professione.
Eppure la sentenza non ha ritenuto accettabile la strategia del pm che ha puntato molto su quello che ha fatto l’imputato prima e dopo il delitto in questione. Gli elementi d’accusa erano gli stessi già raccolti dalla squadra mobile di Genova per chiedere l’arresto di Delfino. Di nuovo c’era proprio il delitto di Sanremo. Brutale, inequivocabile. Poi tutta quella serie di minacce fatte alla seconda ex fidanzata - quella appunto uccisa davanti a tutti - già note al magistrato quando la polizia e i genitori della ragazza che da lì a poco sarebbe stata massacrata chiedevano di tenere Delfino in carcere. Il pm che aveva rifiutato di firmare la richiesta di arresto ha anche portato testimoni di precedenti minacce e aggressioni ad altre giovani donne che avevano avuto relazioni con l’imputato. Ha insomma cercato di dimostrare la «similarità della prova». Ma la difesa condotta dall’avvocato Riccardo Lamonaca ha avuto buon gioco. Il legale ha chiesto di limitare il processo al delitto Biggi, non di condannare il «personaggio», il «mostro». «Speravo di ottenere questa assoluzione e credo che la Corte d’assise abbia avuto molto coraggio per pronunciare questa sentenza», ha commentato l’avvocato di Delfino che uscendo dall’aula ha avuto una sola parola per il suo avvocato: «Grazie».
L’imputato, che si è presentato davanti alla corte con l’ennesimo look inedito, totalmente rasato, resterà in carcere per scontare la condanna subita per l’altro delitto, 16 anni e 8 mesi in tutto, premi e sconti a parte. Poi non dovrà pagare altri debiti con la giustizia. «Non credevo dall’inizio nella condanna di Delfino come non credo in questo sistema giudiziario», è stata l’amara chiosa di Federica, un’amica di Luciana Biggi, alla lettura della sentenza. «La sentenza aggiunge dolore a una tragedia di per sé dolorosa. Un uomo violento, già condannato per l’omicidio di una donna, per molestie e per stalking, è stato assolto per mancanza di prove», aggiunge amareggiata il ministro Mara Carfagna.