A Genova manca una palestra di libero pensiero

Al termine della lettura del libro di Biagio de Giovanni, Destra tutta», debbo confessare che sono rimasto un poco sorpreso. Perché? Rispetto a ciò che esprime questo autore (deputato del Pci e del Ds e noto docente universitario di Dottrine politiche) sostengo che un simile contenuto lo aveva espresso, in brevi passaggi, ma con altrettanta schiettezza, il ministro Renato Brunetta in un’intervista di qualche giorno fa, su il Giornale del 20/09/2009.
Entrambi i personaggi formulavano sulla situazione politica presente, valutazioni analoghe. Per primo, dicevano che non si viveva economicamente nel catastrofismo. In più, i due sollecitavano la sinistra di rimpossessarsi del proprio ruolo naturale. Quello che si addiceva alla sua autentica origine. Dove si promuovevano contenuti e valori, pur dall’opposizione, in funzione di elevare il Paese e non - come si stava facendo adesso - di infangarlo. E reciprocamente, ribadivano, senza equivoci, che la sinistra aveva intrapreso - e delle loro dichiarazioni era l’aspetto di maggiore interesse - una strada di contestazioni del tutto sbagliata. Quello che veniva propagandato dalla sinistra contro il Governo Berlusconi, si sarebbe ripercorso in modo deteriore nella stessa sinistra.
Il ministro Brunetta afferma: «... Io voglio fare un appello alla buona sinistra: liberati dall’abbraccio mortale delle lobby della rendita e della cattiva finanza, non è quello il tuo mondo. Stai dalla parte del popolo. Attacca il governo, criticaci, proponi politiche alternative, ma lascia stare i colpi di Stato. Lo stesso berlusconismo, il gruppo dirigente maggioritario, ha bisogno di un’opposizione politica vera. A sinistra c’è tanta gente per bene che non può sentirsi rappresentata dai padroni del cattivo vapore...»
Ora leggo in Biagio de Giovanni: «... Che la sinistra possa riconquistare un punto di vista che la ricolloca nella storia d’Italia, esaltando la sua concorrenzialità. Con il coraggio di rompere lo schema corporativo e di affrontare a viso aperto la riforma dello Stato sociale, del mercato del lavoro... che nella prospettiva di questa storia, la sinistra si distingua dallo spazio di un sindacato della conservazione, senza attendere che la crisi in atto di questo sindacato coinvolga pure la sua capacità di proposta riformista. Che sia la sinistra politica ad aiutare il sindacato a liberarsi dal suo conservatorismo...».
Di rimando Brunetta: «... C’è un’Italia maggioritaria del buon lavoro e del buon profitto. E c’è una minoranza legata alla cattiva rendita bancaria finanziaria e burocratica... A questo modo si ostacola lo sviluppo.. Per questo che ci sarebbe bisogno di una sinistra riformatrice, attenta al merito ed alla produzione e che invece, in Italia, la sinistra difende privilegi, sprechi, assistenzialismi... nel modo si incrementa il parassitismo...».
E in consonanza Biagio de Giovanni: «... L’innovazione deve riguardare anzitutto la classe dirigente della sinistra, che oggi è sempre la stessa, attraversata da mille vicende, sconfitte, cambiamenti di pelle, di nome, di storia, ma ferma, immobile sul proprio scoglio... Questa classe dirigente non ha più la vittoria nel futuro, e se l’avesse restando identica, come appare, forse non sarebbe un bene per l’Italia... L’attuale Governo di centrodestra, piaccia o meno, ha mutato la scena politica italiana e si può anche permettere il lusso di lasciarsi interpretare come una novità... Berlusconi sta proponendo innovazione... Ma è con tutto questo che ci si dovrebbe misurare da chi fa opposizione... La sinistra deve dunque essere ancora più innovativa con altre idee.. La sinistra possiede anche un grande tessuto di storia che la formata...»
Insomma mi sembra di avvertire che dalle tenebre siano apparse delle lucciole. Che non è finita la speranza. Che, forse, in chi pratica la politica - quella seria - esista ancora intelligenza e buon senso. Bisognerebbe partire da qui.
Iniziare da queste proposte - sottratte dal pensiero del ministro Brunetta e dal prof. Biagio de Giovanni - per costruire un’alternativa. Chiamiamola pure di metodo. O, quanto meno, tentare una discussione. Gli elementi di stimolo vi sono.
Però, dove? Volendo entrare nel fattibile, in quali luoghi ci si potrebbe incontrare? A Genova non si conoscono ambienti in cui ci si possa riunire e poter esporre quello che si pensa. Magari, suggerire idee, ragionamenti. Vi sono di certo - e in modo traversale - volontà a ogni livello di prepararsi per risalire la china. Però, ripeto, a Genova non vi sono luoghi liberi dove ci si possa ritrovare ed esternare ciò che abbiamo in mente, senza avere la timidezza d’essere in casa d’altri. A Genova mancano «palestre» dove si possa esercitare, verificare il proprio pensiero. Non vi è una sede idonea che possa promuovere dibattiti pubblici per ascoltarci. Imparare. Fare critica in modo costruttivo per il bene di tutti.
Quali sono i programmi culturali dei nostri maggiori enti pubblici (Comune - Provincia - Regione)? Quali promozioni esercitano? Quali disegni culturali avanzano? È con tanta amarezza che si constata una manifesta ripulsa verso chi abbozza intenzioni di elevare la conoscenza. L’istruzione. Dall’altra parte, nel centrodestra, sempre in riferimento alla nostra città - non è che si brilli per iniziative. O si supplisca alle carenze altrui. Per non parlare dei limiti in cui giace, in tale senso, la Diocesi genovese. Si rimane mortificati. I lumicini di novità arrivano sempre da Patrie lontane. Peccato.