Genova per noi non è solo uno sfondo

(...) città è comunque uno squarcio scenografico o il fondale di un palcoscenico che non è davvero organico con l'anima e il corpo della trama incarnata dai protagonisti. Intendiamoci è tutt'altro che facile che questo avvenga: che cioè la genovesità o la ligusticità si caratterizzino in maniera irripetibile agli occhi del lettore o dello spettatore. Questo capita solo con i classici (per es. della letteratura: nella poesia di Sbarbaro, di Caproni e, soprattutto, di Montale). È in questa capacità di impressione-espressione, consegnata ad un linguaggio originale, che si coagulano tratti destinati ad essere davvero caratterizzanti, quasi idiosincrasici per la nostra gente. In altri tipi di esperienze visive o linguistiche che si caratterizzano per un livello più popolare il tessuto cittadino e regionale, nelle sue caratteristiche di fondo, appare decisamente labile come nell'universo variegato delle fiction (dove tutto ha la dimensione del prodotto commerciale unitariamente venduto nel supermercato da Messina a Pordenone). È significativo che nelle serie televisive si riesce solo a parlare (per es.) in romanesco (sembra davvero che i «nostri» attori non conoscano altra inflessione dialettale).
Altri difetti si potrebbero annoverare ma io credo che non sia questo il punto (né d'altra parte la genovesità e la ligusticità si possono soltanto rappresentare facendo riferimento costante alle produzioni teatrali del passato, per quanto meritorie possano essere - si pensi a Gilberto Govi - o facendo riferimento alla scuola dei cantautori dei «favolosi» anni '60).
Resto dell'idea che la questione sia assai più complessa dal punto di vista del vissuto quotidiano. Trascurando momentaneamente la analisi economiche, sociali e politiche che pure sono necessarie per garantire alle decisioni civiche esiti migliori di quelli che stiamo tuttora vivendo e rimanendo dunque nell'ambito della poesia, val la pena di citare il cantautore Paolo Conte che è di Asti e la cui celebre canzone «Genova per noi», tra le altre belle immagini che offre, recita che la città «è un'idea come un'altra». Quest'affermazione vuol dire che essa è venuta perdendo tratti del suo carattere originario. E la causa precipua di questa trasformazione sta nel fatto che essa, pur avendo una sua ricchezza di prospettive, esse tutte tendono a concludere fuori della città stessa. Genova è dunque un punto di fuga esteticamente bello e, per questo, può essere ricercata ma solo per un approccio superficiale. La Genova autentica, quella che è ancora pregna del suo passato, si è come ritirata in se stessa, si è costituita come un nucleo difficile da cogliere (anche perché molto di quel che si dice del suo passato profuma di retorica, pur talvolta esercitata consapevolmente a fin di bene). Non c'è dubbio che si tratti di una condizione non facile e rischiosa che si lascia individuare come una perdita di identità che, insistita e a lungo andare, si rivelerebbe come esiziale. È evidente (ma è cosa tutt'altro che semplice) che sarebbe indispensabile tornare a riappropriarsi del proprio passato ma soltanto dopo averlo compreso a partire dalle origini: esse solitamente non mentono e la loro dura verità consentirebbe una genuina reazione, soltanto appunto se di quel passato (fatto presente) si fosse in grado di ascoltarne la voce e riviverne il senso per ripartire verso nuove mete. Altrimenti credo sia difficile impedire che «il mondo a parte» in cui viviamo scivoli verso la sua emarginazione senza ritorno.