A Genova sì, ma gli italiani a Bolzano no

Federico Guiglia

Strano modo di concepire le questioni di principio. Con una solerzia pari alla disinvoltura con cui s'interpreta la Costituzione, diversi enti locali guidati dal centrosinistra stanno cercando di riconoscere il diritto elettorale agli extracomunitari in regola. E il fatto che il Consiglio di Stato abbia spiegato che non si può fare, perché il nostro ordinamento non lo prevede, non sembra aver scoraggiato i protagonisti del «voto impossibile». Né essi si rassegneranno alla decisione del Consiglio dei ministri, che proprio in virtù del così alto parere giuridico richiesto e ottenuto, ha annullato la deliberazione del Comune di Genova nella parte in cui conferiva tale diritto ai cittadini non italiani per le elezioni comunali e circoscrizionali.
Sul tema si può sostenere tutto e il contrario di tutto, ma in genere chi è favorevole a far votare i non europei alle amministrative, ricorre a due solite e solide tesi: la novità riguarderebbe unicamente le persone in regola con la legge e da un certo numero di anni in Italia (si va dai sei ai dieci di residenza, a seconda delle proposte). Ed essa sarebbe un riconoscimento di una situazione di fatto, ossia la condizione di donne e uomini già integrati, che pagano le tasse e che spesso si sono sposati qui e hanno figli nati qui.
Non si capisce, allora, perché questo illuminato argomentare valga «ideologicamente» soltanto per i cittadini extracomunitari e non anche per i cittadini italiani. Perché da almeno 33 anni, cioè dall'entrata in vigore del nuovo statuto speciale, a migliaia di cittadini della Repubblica è impedito di poter votare ed essere eletti nella provincia di Bolzano, se lì residenti. E anch'essi pagano le tasse, sono perfettamente inseriti non solo nel Paese ma pure nella particolare e bella realtà dell'Alto Adige; e sono spesso sposati e padri o madri di figli molte volte bilingui. Eppure a tutti costoro è preclusa la possibilità di esercitare un diritto, pur previsto dall'articolo 48 della Costituzione, prima di quattro anni consecutivi di residenza, sia per le elezioni municipali che regionali. Elezioni, tra l'altro, molto importanti, perché riguardano una provincia con poteri legislativi (anche esclusivi) forti e autonomi.
E se, putacaso, questi cittadini lasciassero la loro residenza per trasferirsi a Milano o a Napoli e poi facessero ritorno, il conteggio dei quattro anni ricomincerebbe daccapo, cioè perderebbero il diritto faticosamente acquisito.
Perché, cari Livia Turco e Pecoraro Scanio, gli extracomunitari a Genova sì e gli italiani a Bolzano no? Perché tanta foga per dare un riconoscimento a cittadini che non sono - o non sono ancora - formalmente cittadini della Repubblica e tanta fuga davanti a una gravissima violazione che va avanti da più di tre decenni? Mica sarà per non scontentare l'alleato Svp?
I protestanti sarebbero un po' più credibili, se per esempio dicessero: facciamoli votare tutti, sia i «cittadini» residenti in Alto Adige dal giorno in cui vivono in Alto Adige sia gli extracomunitari senza cittadinanza italiana ma regolari e con una serie di accertati requisiti (numero di anni, con un lavoro, famiglia o quel che si vuole). Ed entrambe le vicende potrebbero, anzi, possono essere risolte con norma costituzionale, qual è necessaria per ragioni diverse ma convergenti. A meno che non di un rilevante «problema di principio» si tratti, ma di una pura e semplice battaglia di demagogia. E comunque: possibile che con tanti magistrati così pronti a sollevare questioni di legittimità costituzionale davanti alla Consulta, e d'ogni genere, nessuno si prenda la briga di chiedere alla Corte quant'è democratico e civile non poter votare per quattro anni in una parte della Repubblica italiana?
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