Genova si ferma per la festa di Sant’Agata

Pier Luigi Gardella

Ritorna con la festa di Sant'Agata la celebre fiera che, sin dai tempi più antichi, anima il quartiere di San Fruttuoso nei primi giorni di febbraio. Quest'anno la ricorrenza cade in domenica, favorendo in tal modo il tradizionale afflusso dei genovesi. E così oggi, con 625 di banchi di commercianti provenienti da tutta Italia, ci si avvicina a un vero e proprio record, che costringerà a una rivoluzione del traffico (si giocherà anche la partita nel vicino stadio di Marassi) e a una serie infinita di variazioni alle linee dell’Amt tra San Fruttuoso, Marassi e la Foce. Ancora una volta, oggi in strada, a farla da padroni, saranno gli ambulanti che offriranno capi di vestiario di ogni tipo, ma ci saranno anche 55 banci di alimentari, 40 di produttori di piante, 4 di formaggi, 2 di olio e 5 di miele.
Oggi la fiera, pur nella sua vasta offerta di articoli, ha perso la sua antica caratteristica di fiera agricola che, sul finire dell'inverno, offriva l'opportunità ai contadini della Valbisagno di fare gli acquisti per la stagione in arrivo. La fiera era nata come mercato equino e del bestiame, poi si allargò ad offrire quanto necessario all'agricoltura, dagli attrezzi, ai mangimi, alle piante. Sino a poche decine di anni fa, Sant'Agata era l'appuntamento per comprare gli alberi da frutta e le piante per rinnovare il giardino. Nel borgo in quei giorni le trattorie e le osterie lavoravano a pieno ritmo preparando i ravioli ed offrendo il miglior vino nuovo.
La fiera si tiene nelle strade attorno al complesso conventuale di Sant'Agata a San Fruttuoso, accanto a quel ponte che prese il nome della Santa e sul quale è passata tanta storia genovese.
Oggi possiamo vedere solo un triste relitto di quello che era il ponte di S. Agata sul Bisagno. Un ponte che aveva 28 arcate e si sviluppava per una lunghezza di oltre 280 metri. Citato già in documenti del XII secolo esso rappresentava un importante collegamento tra la città ed i borghi rurali di Marassi, San Fruttuoso, San Martino e Albaro. Il ponte partiva da Borgo Incrociati e raggiungeva la chiesa di Sant’Agata, perché quello era lo spazio occupato dal torrente: l'urbanizzazione che ha caratterizzato la nostra città nel corso dei secoli, lo ha gradatamente sepolto; le sue arcate estreme verso levante, adibite anche a botteghe, si sono interrate ed il fiume ha ceduto spazio alla terraferma. L'alluvione del 1970, con la memorabile piena del Bisagno, fece poi il resto portandosi via alcune arcate. Oggi restano solo tre arcate, delle sei che attraversavano l'attuale alveo del Bisagno, mentre, proprio accanto all'ingresso del convento, all'interno di un parcheggio privato, sono ancora visibili due arcate interrate del ponte.
Oggi, nella chiesa di Sant’Agata sarà solennemente celebrata la festa di questa martire catanese vissuta nei primi secoli dell'era cristiana. Jacopo da Varagine, nella sua Legenda Aurea, narra come un anno dopo la sua morte un gran monte vicino alla città cominciò a vomitare fuoco e quel fuoco divenne simile ad un torrente che stesse per rovesciarsi sulla città, e persino i sassi e la terra si liquefacevano. Allora un gran numero di pagani andò al sepolcro di Agata e preso il velo che lo ricopriva, lo stese contro la fiumana incandescente che subito si fermò. Da questa tutela dall'eruzione dell'Etna della città di Catania, nacque quel culto verso la Santa che si diffuse ben presto nel mondo cristiano A Genova, secondo lo storico De Simoni, il culto potrebbe essere stato diffuso dal Canonico della Cattedrale Leonardo Fieschi, che dal 1317 fu Vescovo di Catania. Tuttavia già negli ultimi anni del XII secolo troviamo citata in atti notarili la chiesa di Sant'Agata a Genova de capite pontis Bisannis. Tutt'oggi nella nostra città molti altari in chiese prestigiose, sono a lei dedicati.
Essa, con l'annesso convento, fu gestita nei primi secoli da monache cistercensi, poi vi furono le Canonichesse Lateranensi e quindi gli Agostiniani sino alla rivoluzione «democratica» del 1798. Il complesso fu quindi acquistato da privati, la famiglia Pedemonte, che, tuttavia, nel 1827 lo rivendette alle Maestre Pie della Divina Provvidenza, divenute poi di S. Agata, che tutt'oggi lo abitano.