«Genova si scopre città innamorata della storia»

Penultima lezione di storia a Palazzo Ducale: i funerali di Mazzini. Si potrebbe pensare che, visti il vento freddo e il tema un po' macabro della serata, di persone stavolta non ne accorrano a centinaia come per gli otto incontri precedenti. Invece alle 20,30 di un anonimo lunedì, in cui i vicoli del centro e persino piazza De Ferrari e piazza delle Erbe sono semideserte, la scalinata che porta alla Sala del Maggior Consiglio è già gremita di persone in fila con mezz'ora di anticipo. Persone, per giunta, di tutte le età. Tant'è, il cronista deve chiamare in soccorso la gentile addetta stampa della rassegna per non rimanere prigioniero dell'impressionante serpentone e poter intervistare con qualche minuto di anticipo il vero ispiratore dell'iniziativa, l'editore Giuseppe Laterza. A cui il Giornale chiede subito di trarre un bilancio dell'esperienza genovese, dopo le edizioni di Roma, Firenze, Milano e Torino.
«Mi preme sottolineare come un bilancio per questo tipo di evento debba essere prima di tutto qualitativo. Le lezioni di storia sono un tentativo di raccontare la città in maniera non sistematica, partendo da date e fatti rappresentativi, ma non necessariamente conosciuti dal grande pubblico. In questo senso va riconosciuto il grande sforzo degli storici che hanno curato le varie lezioni e hanno trattato e presentato i diversi temi, potenzialmente ostici, in modo così brillante».
Certo, ma il grande riscontro popolare, anche in termini numerici, è motivo di grande soddisfazione.
«Il secondo bilancio, infatti, è anche di tipo quantitativo. L'enorme partecipazione non era affatto scontata. Il dato più interessante è che abbiamo registrato non solo un afflusso tale che molte persone spesso non sono riuscite ad accedere alla sala, ma ancor di più mi dicono che nessuno sia mai uscito dalla sala durante le lezioni, tutti seduti e attenti fino all'ultimo, segno di grande e sincero interesse».
In quale città si è registrata la partecipazione più alta?
«Le lezioni hanno riscosso successo ovunque, ma possiamo dire serenamente che Genova, in proporzione anche al suo numero di abitanti, è la città che ha risposto con più entusiasmo e con più costanza. La maggior parte dei genovesi non ha perso nemmeno un incontro. Il successo di questi incontri dimostra anche il forte legame di Genova con la sua storia. Altro aspetto per nulla scontato, visto che assistiamo in continuazione, con tutto il rispetto, al prevalere della civiltà della televisione sulla storia, sulla memoria, sul racconto. La storia viene spesso considerata un optional, un pesante fardello ma queste lezioni dimostrano un interesse contrario. Ciò che traspare da questa forte accoglienza genovese, o perlomeno mi piace illudermi che sia così, per dirla con un detto inglese, “wish for thinking”, è che qui non assistiamo alla narrazione di una storia preconfezionata, aneddotica. Siamo in presenza di un racconto aperto, che non ha paura di affrontare anche nodi complessi, conflitti inquadrati in un contesto spesso più ampio».
Sì, ma poi i cittadini, dopo aver riflettuto sul loro passato, escono da qui e guardano al presente e al futuro di Genova con ritrovato senso di partecipazione civile e sociale? «L'auspicio è che ciascuno, riflettendo sulla propria storia, possa approcciarsi in modo nuovo e più consapevole all'oggi e al domani. Mi riferisco in particolar modo a chi ha la responsabilità di compiere scelte per gli altri, come i politici. Perché vede, si può anche non obbedire ossequiosamente alla storia, alla tradizione, che a volte ha bisogno di salutari rotture. Ma la storia non si può e non si deve mai ignorarla, non si può e non si deve mai negarla. A proposito, oggi ho incontrato la sindaco Marta Vincenzi, si è detta molto lieta per il successo di questa idea e mi ha detto che parteciperà alla prossima, ultima lezione».
Iniziative in cantiere?
«Il successo sin qui avuto ci incoraggia a continuare, organizzeremo sicuramente nuove edizioni, ma è presto per anticipare i progetti futuri».
Giuseppe Laterza saluta i sopraggiunti Duccio Garrone e Paolo Corradi e si accomoda con loro in prima fila. Sergio Luzzatto, docente di storia moderna all'Università di Torino, prende possesso del suo sgabello e inizia a raccontare un Mazzini inedito, al di fuori dell'ingessata retorica e dell'agiografia risorgimentale, addirittura avventuriero e sciupafemmine.
Un Mazzini lontano, la cui memoria in apparenza è pietrificata come pietrificata fu il suo corpo per volontà dei seguaci, eppure tremendamente attuale, sullo sfondo di quelli che sono stati veri e propri funerali mass-mediatici «ante-litteram», celebrati il 17 marzo 1872 a Genova, dove oltre centomila persone seguirono in corteo dalla Stazione di Principe a Staglieno il feretro del più grande e famoso rivoluzionario dell'800, come ricorda Luzzatto. Il repubblicano fondatore di una religione laica, non marxista ma che del socialismo anticipò i miti, la messianicità, perfino le manipolazioni perpetrate dagli eredi del suo pensiero che né ideologizzarono il messaggio. Un funerale mediatico, perché il viaggio in treno, da Pisa a Genova, della salma del «più sconfitto dei vincitori possibili», colui che aveva litigato perfino con l'«amico» Garibaldi dopo la capitolazione al regno degli odiati Savoia, fu seguito spasmodicamente dai giornali dell'epoca, compresi quelli «nemici» come la Civiltà Cattolica. Con tanto di epigrafe poetica dedicata al caro estinto da un infervorato Giosuè Carducci, che declamò i suoi versi al passaggio del treno, versi che riecheggiano in sala grazie alla bella voce e alla lettura di Laura Sicignano. Pippo appare alla fine sullo schermo posto dinanzi alla platea, immortalato nell'unico ritratto realistico e umano, opera del convinto mazziniano e pittore macchiaiolo Silvestro Lega. Solo, morto nel suo letto, in atteggiamento per nulla eroico, avvolto nello scialle che fu di Carlo Cattaneo.