A Genova uccidere lo sport non è un reato

(...) In procura a Genova non esiste alcun fascicolo aperto sull’agguato alla fiaccola olimpica. Sulla scrivania del procuratore capo Francesco Lalla non sono arrivate relazioni da parte delle forze dell’ordine, né denunce da parte del Toroc, il comitato organizzatore dei giochi invernali di Torino 2006. E nessun magistrato ha impugnato l’arma dell’«obbligatorietà dell’azione penale» che sempre dovrebbe accompagnare qualsiasi tipo di reato per avviare comunque un’indagine, pur se contro ignoti e con pochi atti in mano.
A tutto c’è una spiegazione, ma la conclusione resta quella che la figuraccia mondiale fatta da Genova resterà assolutamente impunita. Innanzitutto perché non esistono ancora relazioni da parte delle forze dell’ordine. La polizia, la digos in particolare, è già al lavoro. Il 30 dicembre scorso i poliziotti che lavorano al caso hanno ricevuto tutto il materiale messo a disposizione dai colleghi della Scientifica. Filmati e fotografie, soprattutto. Ogni tipo di ripresa relativa al momento dell’interruzione della corsa del tedoforo, costretto a salire sul pulmino degli organizzatori. In questi giorni sono stati già identificati alcuni manifestanti e altri nomi si aggiungeranno presto alla lista grazie ai riconoscimenti di volti «storici» dei movimenti. Poi, quando questo lavoro sarà ultimato, verrà stilata la relazione per la procura. Tutto a posto, dunque? Via con gli avvisi di garanzia? Macché. La relazione verrà assegnata a un sostituto procuratore, ma non è così scontato che serva a qualcosa. Perché il reato ipotizzabile è quello di «manifestazione non autorizzata», per il quale però sono da considerare responsabili solo gli organizzatori dell’evento clandestino. E come si può incolpare direttamente qualcuno dei presenti, additarlo come il capo e l’ideatore di un gruppo che non ha rivendicato l’azione e può affermare di essersi formato in strada quasi casualmente? L’inchiesta sarebbe già morta prima di cominciare.
Resta però un dato incontrovertibile. La fiaccola olimpica è stata spenta a Genova per il blocco attuato da un gruppo di no global. Un gesto violento pur se in strada non è volato neppure uno schiaffone. Il codice penale d’altra parte contempla diversi tipi di violenze. E impedire a qualcuno di fare ciò che intendeva fare è da considerarsi a tutti gli effetti violenza. Ma la polizia nella sua relazione per la magistratura difficilmente farà riferimento alla violenza subita dai tedofori. Anche per questo c’è una spiegazione. Nessuno, durante i concitati momenti della paralisi in via Venti, ha mai ordinato o solo chiesto agli organizzatori di spegnere la fiaccola e far salire i tedofori sul pulmino, minacciando in caso contrario un’aggressione. Tutto è avvenuto con un’evidenza disarmante, il clima valeva più di qualsiasi dichiarazione, ma i responsabili del Toroc hanno deciso di fermare tutto per evitare problemi di ordine pubblico prima di essere aggrediti. E soprattutto senza chiedere alla polizia di provare a forzare il blocco. Quasi come se fosse stata una libera scelta quella di smorzare il simbolo dello spirito sportivo.
Questo «punto di vista» strettamente giuridico sarebbe poi sostenibile di fronte a un giudice grazie alla mancanza di una denuncia da parte degli organizzatori dell’evento, vittime del blocco no global. Anche in questo caso ci saranno senz’altro motivi di giustificazione, dettati magari dall’interesse di evitare frizioni con il già temuto movimento no global in vista dei giochi di Torino 2006. Sarebbe un altro cedimento silenzioso alla violenza, forse. Ma intanto se a Genova si uccide lo sport, è dimostrato, non c’è altro da fare che stare zitti.