Ashkenazy: il trionfo del genio della bacchetta

I ridenti balconi «alla genovese» del Carlo Felice tremano. I ritmi violenti e ossessivi de «Le sacre du Printemps» di Igor Stravinskij invadono la platea, il pubblico è incatenato alle poltrone, le percussioni schiacciano, gli archetti rimbalzano e «strappano» le corde, gli ottavini gridano, i fiati impazziscono, tutto in una geniale follia timbrica e ritmica straniante e sconvolgente. Vladimir Ashkenazy domina sul podio. Brillante concerto, lunedì sera, per la Gog e la sua stagione centenaria: il grande direttore d'orchestra - da vent'anni non solo più seduto alla tastiera del pianoforte - è protagonista di una serata memorabile, alla guida di una straordinaria orchestra, la European Union Youth Orchestra (Euyo), composta da giovani, talentuosi ed entusiasti artisti di tutta Europa. Veniamo dunque all'altra grande stella della serata, Isabelle Faust, che ha interpretato il concerto per violino e orchestra in re minore di Benjamin Britten. Carismatica, personalissima, la Faust è pienamente a suo agio nel repertorio contemporaneo: cattura lo spartito, lo sviscera, lo elabora, lo gusta e lo fa completamente suo. Poi lo serve caldo e lascia sgomenti, appagati, un sapore che è difficile dimenticare. La platea genovese è rimasta esterrefatta dalla voce della «Bella Addormentata» - Stradivari del 1704 - che la Faust non solo ha svegliato, ma da cui ha cavato l'anima, liberando un suono intenso, pulito, carico di quella tensione che incatena il pentagramma da cima a fondo, dai ritmi spagnoli del primo movimento alla Passacaglia finale, senza mai trascurare il dialogo con l'orchestra. Il suo è un gesto interpretativo trascinante, appassionato, che fa dell'esecutrice parte del suo strumento; o viceversa. Insomma, un'unica entità emozionale. Rimangono i Valses Nobles e Sentimentales di Maurice Ravel, che hanno aperto le danze: un gioco di sfasature ritmiche e di misture cromatiche sui valzer viennesi: interpretazione brillante, salda, mai abbandonata la puntualità del ritmo, sempre chiaro il dialogo tra le sezioni, l'alternarsi dei timbri. Ashkenazy ha un gesto meccanico, a tratti quasi buffo, che lo rende simile ad un robot: ma il carisma che straripa dalla sua bassa statura (fisica) travolge. L'orchestra è ipnotizzata, lo segue, risponde in maniera perfetta, lui disegna ogni battuta, traccia ogni intervento solistico, fa emergere gli umori cangianti della partitura. Un controllo assoluto. Applausi calorosissimi dalla platea.