Aurelio Caminati, Albisola vuole dedicargli una mostraL'artista scomparso

Fermarsi, se così si può dire, agli affreschi realizzati al Carlo Felice, vorrebbe dire arrestarsi alle soglie di un certo «genovesismo» che non gli apparteneva. Non apparteneva al giovane uomo che aveva rinunciato al posto in banca per seguire la sua vocazione. E quindi apparteneva ancor meno all'artista, sperimentatore instancabile «che ha attraversato tutte le esperienze del contemporaneo» come ricorda l'amico Raimondo Sirotti. Lui, Aurelio Caminati scomparso pochi giorni fa, era fatto a suo modo: straordinario. Energico, magnetico. Geniale e inarrestabile, come la sua ricerca, allergica alle etichette della critica. «Ci siamo conosciuti negli anni '50 - racconta Sirotti - ero ancora uno studente ed ero rimasto colpito da una sua opera esposta in una mostra». Chissà se i due avrebbero immaginato che il futuro li avrebbe visti vicini in tante occasioni tra mostre e progetti, come quello, nel 2004, della grande ceramica per il Centro Civico di Prà-Palmaro senza dimenticare, ovviamente, il Carlo Felice. Caminati era del '24: figlio di una generazione, quella di Fieschi e Scanavino, che dopo la guerra si era trovata un paese tutto da reinventare. La sua «grande ricostruzione» non sarebbe stata fatta con mattoni e cemento ma con lo stesso olio di gomito sì, quello di un uomo mai stanco di crescere. Apprendistato in studi d'artista; prima «scuola» il Neorealismo, che però gli sta stretto. Nel frattempo, gli incontri. Mafai, Giacometti. Intanto siamo già a Milano, ove si trasferisce, inizia a esporre, si confronta coi colleghi: si chiamano Manzoni, Adami, Rotella. Quando incrocia il fuoco della Pop lo riversa anche nelle fornaci e saranno ceramiche mai viste e mai scordate. Caminati, che nel '56 era già alla Biennale, non teme il confronto, il pensiero libero e critico, l'incursione. Eccolo allora giocare, sapendo quanto il gioco sia cosa serissima, con epoche e icone. Che sia la riverita Gioconda o una sensuale Odalisca con «Falso ideologico» ogni frammento si giustappone all'altro secondo un preciso montaggio, il suo, sulle note di quel manifesto scritto dall'amico Martino Oberto. Negli anni '70 è la volta dell'Iperrealismo: la pittura simula l'immagine fotografica a sua volta già oggetto di simulazione. «Era un grande artista, un pittore straordinario» ricorda Gianni Carrea. Caminati è suo maestro e nasce un'amicizia lunga una vita. «Aveva un gran temperamento: lo ricordo arrivare da Mangini, sempre col suo cappello». Veniva da via Balbi, dove era la sua casa-studio «piena di opere ma ancor più della sua presenza forte, vivacissima» racconta Fernando Galardi, che più volte lo ha ritratto, persino insieme a Fieschi. Caminati è un vulcano: è con Claudio Costa per il museo a Monteghirfo e quindi approda alle indimenticabili «Trascrizioni». Quale avventura straordinaria porta in dote il nome di Caminati. In parte la bella mostra a Palazzo Ducale l'ha raccontata. Era il '98. In questi giorni ad Albisola si parla di allestirne una. Genova, chissà se e cosa farà. Di certo dell'avventura di Caminati vorremo e sentiremo sempre parlare.