«Gli Azzurri e il prof Monti: l’entusiasmo che non dura»

Nella prima domenica di luglio spazio alle riflessioni parallele fra il destino degli azzurri (la partita di calcio per il primato sfumato in Europa) e quello del Presidente del Consiglio Mario Monti (se cioè i mercati continueranno a risultare entusiasti dei risultati dell'incontro di Bruxelles). Questi ultimi hanno suscitato entusiasmi fra il solito Pierfurby Casini e la Sinistra. Attendendo il giudizio dei mercati, è abbastanza evidente che si sta delineando un’alleanza fra l’Udc e il Pd. Certo può essere una mossa tattica e non strategica, continuando ad imperversare all'opposizione tanto Di Pietro quanto Vendola che aspirano (soprattutto quest'ultimo) alla mano di Pierluigi Bersani. Riuscirà il perfido e sciagurato Pierfurby a infrangere questo bel sogno, costringendo Bersani a stracciare la foto di Vasto che ha immortalato il trio Bersani-Di Pietro-Vendola? Poco importa, in quanto anche dopo il sopra citato incontro di Bruxelles, tutti i problemi economici più o meno continuano ad essere gli stessi: né la Bce (ovvero Mario Draghi) può stampare moneta né la kanzlerin Angela Merkel accetta gli Eurobond. Ma è evidente che da parte del duo Casini-Bersani si sta producendo una forma di politica creativa che viene confezionando una sorta di bolla di sapone (più insidiosa di quella africana che tormenta l'Italia in questi giorni) tesa a celebrare le virtù (cattoliche?) di Mario Monti nel cercare di salvare il nostro Paese. Il prof Mario Monti, per quanto bravo e specificamente preparato in Economia e Finanza, non può rimediare alle avventatezze della costruzione europea quali fino a questo momento si sono venute delinenando. Ovvero nell'entusiasmo della corsa economico-politica a far affiliare all'UE quanti più Stati possibili si sono trascurati problemi che l'esplodere della crisi economica negli Usa ha evidenziato senza mezzi termini. Alcuni (come la doppia velocità esistente fra Paesi europei erano già noti), altri sono emersi grazie all'abilità statunitense nello scaricare la crisi sull'Europa stessa, debole per le significative differenziazioni delle economie al proprio interno ma anche per la mancanza di una banca centrale che possa garantire davvero l'euro. Ora, le diverse abilità (quella degli Usa), quella di Monti e quella della Merkel, sia che si contrastino (come accade sovente) sia che raramente convergano, stanno evidenziando una cosa di cui dobbiamo cercare tutti di prendere atto (per non farci ingannare dai soliti furboni politicizzati di casa nostra). L'Italia sia che rimanga nell'euro, sia a maggior ragione che ne esca, deve fare innanzitutto da sé e smetterla di sperare che da altri venga la salvezza (è clamoroso, ma da noi non poche forze politiche svirilizzate sperano sempre che determinate medicine amare possano essere evitate con i giochetti politici o sindacali; il che vorrebbe dire che altri più sani dovrebbero inghiottirle e noi, i malati, dovremmo allora guarire). Questa logica deriva dall'elemento illusorio che sta alla base dell'azione di certi politici di casa nostra e dalla convinzione che grazie all'apparente realtà della «società dello spettacolo» (della quale il parlamento fa parte a pieno titolo) si possa aggirare qualsiasi ostacolo. La sensazione che si ha è che da noi non si voglia ridurre il debito pubblico che, anche se non di molto, continua ad aumentare. L'attacco al debito pubblico costituirebbe un notevole risanamento della nostra economia e ci rafforzerebbe anche se l'Europa decidesse apertamente di non fare quelle cose indispensabili che dovrebbe fare (un'unione politica, fiscale, bancaria e una banca centrale con il potere di stampare moneta). Ha ragione dunque Renato Brunetta quando sostiene (e suggerisce a Monti) di attaccare il debito: «Non parlo di manovre, né di patrimoniali. L'idea è quella di conferire a un fondo di capitali gli immobili pubblici, gli asset di società quotate, magari le riserve auree eccedenti i vincoli dell'euro e valutarie in modo da poter emettere bond a Tripla A. Questo strumento permetterebbe il passaggio dell'Italia da un'economia sovietica a un'economia capitalistica. ». (Il Giornale, 30 giugno 2012).