Dopo Barbera, il «suo» Schooner È giallo sul porto delle polemiche

da Sestri Levante

Venerdì sera la tragica morte di Tino Barbera che cercava di mettere a riparo l'attrezzatura del suo Schooner sbattuto dalla mareggiata. Ieri all'alba l'incendio doloso che ha distrutto la sua discoteca. Con due turisti per caso che lanciano l'allarme e due persone che indisturbate portano a termine un lavoretto raccapricciante. Tutto sul fronte del porto. Quello di Sestri Levante. Quello che deve farsi da trent'anni e anche più. L'aria che tira rode gli animi. Nessuno ha voglia di parlare. I pescatori hanno mollato la banchina. Ne incroci uno, Angelo, barca di proprietà, «niente di personale, ma dopo tutto questo, con l'amicizia e l'affetto che ho per Tino, non riesco a dire nulla. Ho già parlato a suo tempo, con tutti. Col sindaco, le associazioni. Intere trasmissioni a filosofare sui massimi sistemi. Ma sulla sicurezza non si scherza. E non è tempo adesso di strumentalizzare. Adesso c'è solo il cordoglio».
Difficile. Con lui il dj storico dello Schooner, «un minuto dopo e sarei entrato anch'io nel locale. Ma un'onda violentissima mi ha sbattuto sul cemento». Taglia, non ci sono più parole, solo il groppo alla gola. Che sul porto si scornano da generazioni. Nel 2002 il progetto faraonico della giunta Chella, oltre quattrocento posti barca, diga di sottoflutto, parcheggi sotto la piazza del porto, box interrati lungo Via Pilade Queirolo, spostamento di Schooner e San Marco e rivisitazione della Piscina dei Castelli. Gli ambientalisti si mobilitano contro la «cementificazione della Penisola» e nasce il comitato del no al porto, le firme, le assemblee. L'operazione rientra. Con il sindaco Andrea Lavarello l'obiettivo è un progetto ridimensionato, posti barca ancora a centinaia, ma interventi meno impattanti, niente box sotto strada, passeggiata in sicurezza e Schooner e San Marco sul molo ex Fit. C'è da studiare il giro delle correnti, e intanto decolla il referendum per incassare il placet della gente ad un'operazione comunque contestata dall'opposizione. Ma lo scorso giugno la città dice no. Colpo basso per Lavarello che ingoia amaro, quella era la sua scommessa. Tutto da rifare. E tutto invariato: mareggiate, pescatori che stanno a bordo con i motori accesi, pietre che arrivano sulla strada. Fino alle onde di venerdì sera, cinque-sei metri a scavalcare la diga e piombare sulle banchine.
Incroci Franco Po, presidente della Cooperativa Armatori Pesca, che calca la mano: «Venerdì sera ho perso quattro chilometri di rete sistemata dentro il porto. Abbiamo subito ripetuti atti vandalici. E le telecamere dove sono? Servono solo per accertare le multe? Non siamo tranquilli né dal punto di vista del mare né all'interno del sito stesso. Ormai siamo come i panda: ventotto proprietari di barche in tutto su cui gravitano centocinquanta addetti». Arriva anche Ulderigo Massimo, responsabile della Capitaneria di Sestri: «Siamo intervenuti alle 5, di supporto ai Vigili del Fuoco. Il temporale aveva fatto andare in corto i lampioni» riferisce capo Massimo che rimette sul tavolo la questione sicurezza: «C'è un progetto cui stiamo lavorando con il Comune per bloccare l'accesso al porto. Una sorta di cancello poco prima degli uffici della Capitaneria. Che garantirebbe indubbiamente un controllo maggiore su chi entra ed esce. Prima però c'è la necessità di individuare un soggetto che gestisca l'approdo, perché col cancello in qualche modo privatizzi il porto». E la sbarra qualche curva più giù a cosa serve? «È solo per impedire l'accesso a Via Pilade Queirolo durante le mareggiate». Ma venerdì era alzata.
Intanto sulle banchine c'è il mondo: genitori in bicicletta con bimbetti al seguito, auto che arrivano e girano sulla piazza. Roberto Famà, titolare del ristorante San Marco, sotto lo Schooner, abbozza. Scampato pericolo per la condotta del gas segata: «Da accendere un cero alla Madonna». Schooner e San Marco, nel progetto della giunta Lavarello e bocciato dal referendum, avrebbero traslocato sul pontile ex Fit. Niente più la suggestioni e i rischi delle punta del molo, ma forse una collocazione più tranquilla: «Continuiamo a fare discorsi in aria - sbotta Famà - quando la sicurezza che dovrebbe essere garantita è quella della diga foranea. Che è in condizioni critiche, con tutto il bagaglio di fornelli e crepe che si porta dietro. Se cade la diga il mare arriva all'autostrada, fin là è tutta pianura». Sul molo mezze parole, nessun attacco. Qualcuno insiste: «Prima di fare progetti, mettiamo in sicurezza quello che abbiamo». C'è anche Giuseppe Ianni, candidato sindaco di Popolo della Libertà, UDC e Lega. «Non è il caso di fare polemica adesso, con un caro amico morto. Nessuna strumentalizzazione di una situazione tragica per agganciare il problema della messa in sicurezza. È il momento meno adatto. La città con il referendum ha bocciato sia quel progetto di porto voluto dalla giunta Lavarello, sia quella gestione specifica. Dobbiamo partire da qui, e avanzare proposte per il bene della città e del sito stesso, alla luce di un problema grave che incombe».
Il sindaco uscente nonché candidato ad un nuovo mandato, in quota al PD, preferisce non commentare: «Intanto vediamo a cosa portano le indagini - butta lì cauto - Sarebbe troppo facile e inadeguato battere sulla bontà del progetto che avevamo sottoposto alla gente. Non voglio dire nulla. C'è un grave lutto e una situazione da chiarire». Cerchi di sentire gli oppositori dei disegni passati, del «vade retro porto» per un porto super leggero, tipo Luigi Zizzi Stagnaro di Città Partecipata. Che a smazzare la questione preferisce sia il candidato Giacomo Rossignotti al momento irreperibile. E che ha nella sua lista il presidente dello Yacht Club Sestri Levante, con sede sulla piazza del porto.
Lì fuori c'è Luciano Valdarchi, dei probi viri dello YC. Mani in tasca, cappello calcato. Mugugna, con la rabbia che gli rode lo stomaco: «Non capisco perché non riusciamo ad avere un porto. Da quarant'anni vengo su queste banchine e da quarant'anni ci sono difficoltà appena c'è mare. Il referendum non aveva ragione d'essere. C'era un progetto con i controfiocchi portato avanti dalla giunta Chella. Quelli che sono andati a votare al referendum non sono gli utenti, non sono quelli che stanno sulle barche quando le onde mettono a rischio tutto quello che hai». L'amarezza di uomo di mare e i proclami su un sito da preservare: «Qualunque progetto va bene purché metta in sicurezza l'approdo. La grossa pecca dell'amministrazione è che in Via Pilade Queirolo è la grande assente. Hanno smurato la cassaforte del ristorante Pescador pochi giorni fa; recente è anche il furto nella nostra sede: i ladri sono entrati dalla finestra sul retro e nessuno s'è accorto di nulla. Gente che va e viene, mancano i controlli, ormai qui è terra di nessuno». C'è la coda sulla via stretta del porto, pochi mesi fa un'auto era finita di sotto. Tutto in conto di una storia tormentata, su cui è stato detto e predicato l'inverosimile. Presidi, comitati, sfumature e interpretazioni. Oggi, tutti, preferiscono tacere.