Basta gettare fango sulla Chiesa cattolica

Il quotidiano Il Secolo XIX nell’edizione di due giorni fa ha pubblicato un’intervista ad un sacerdote gay, Padre Felice, che ha raccontato la sua esperienza di vita: un legame durato quindici anni con un seminarista ora lontano in terra di missione, un nuovo rapporto da sei mesi con un altro uomo. Pubblichiamo le reazioni di alcuni lettori.

Caro direttore. Vorrei capire perché. Sì, vorrei capire. Perché noi cattolici siamo sempre denigrati, sbeffeggiati. Vorrei capire perché. Naturalmente non mi riferisco al tuo giornale, ma al titolo che campeggiava tronfio in prima pagina sul Secolo XIX, «Ecco la mia vita di sacerdote gay: un prete ligure rompe il tabù dopo la svolta di Avvenire». Una definiamola testimonianza offerta da un sacerdote in merito alla sua scelta omosessuale (e qui nulla da dire naturalmente, nessuno vuole discriminare nessuno) e un attacco da parte del sacerdote stesso al principio di celibato dei sacerdoti, di castità etc. Sembra che al quotidiano in questione si faccia collezione del peggio che c'è. Sacerdoti alla Don Gallo che promuovono l'uso della droga e fanno della morale cattolica un uso tutto personale e strumentale... Sacerdoti alla Don Barbero, sospeso a divinis, che da anni sposa coppie di omosessuali.
Ma perché non si raccontano mai le storie di sacerdoti che invece fanno della loro vita un dono e un offerta. Sacerdoti impegnati in prima linea nell'assistenza agli anziani, ai bambini, ai disperati. Perché devono guadagnare le prime pagine dei giornali soggetti che francamente sono al limite della espressione cattolica? Perché? Scusa se ho scritto a te, ma considero il giornale come la mia famigli e sono certa che è l'unica casa dove tutte le voci trovano spazio. Avrei dovuto scrivere al direttore del quotidiano in questione... ma non mi avrebbe pubblicato. Loro non pubblicano chi la pensa diversamente. Scusa lo sfogo e grazie... grazie ancora.
Francesca Anselmi

Caro Direttore Lussana, ieri ho letto sulla locandina dei quotidiani fuori dalla mia edicola il titolo della testimonianza di un sacerdote gay. In genere leggo Il Giornale, ma ieri ho deciso di comprare per la prima volta anche Il Secolo XIX. Lo so, avrei fatto bene a rimanere fedele lettore solo della tua testata. Sono rimasto sconcertato dalle rivelazioni di Padre Felice, non tanto per la sostanza della questione (saprà lui come guardarsi davanti allo specchio e davanti a Dio), quanto invece per il fatto che un quotidiano possa arrivare a ritenere degne di considerazione e di pubblicazione quelle rivelazioni. Al bar con gli amici abbiamo commentato l'intervista con la sensazione che oggi la Chiesa dietro alla parola «celibato sacerdotale» vorrebbe nascondere in realtà una community di omosessuali da far invidia all'Arcigay di Grillini e company. Sembra infatti che nella Chiesa cattolica ci siano soltanto «frustrati», che dietro alla tonaca e in nome di vedute decisamente progressiste, celino e collezionino relazioni quasi da prostitute. Sembra infine che le parole «preti e suore» vogliano significare «categoria di omosessuali nascosti e pure repressi». Ho pensato subito al mio parroco, alla semplicità e alla trasparenza del suo servizio in mezzo a noi scout e soprattutto alle chiacchierate in confessione, anche riguardo alla sfera sessuale. Ho provato vergogna per aver anche solo acquistato una copia del Secolo XIX. Alla fine c'è venuto il sospetto che la pubblicazione di interviste di questo livello e l'esistenza stessa di questo Padre Felice potrebbero essere verosimilmente una trovata commerciale, poco meritoria anzi decisamente scadente, una genialata di inizio d'anno per vendere qualche copia in più come giornale scandalistico. Forse si vuol attaccare una Chiesa che da duemila anni regge, prende corpo e si anima in nome della carità cristiana? Forse si vorrebbe cancellare quell'espressione di San Paolo, dove si legge che «La carità è paziente, è benigna la carità... tutto crede, tutto spera, tutto sopporta»?
A noi basta sapere che la Chiesa continuerà ad andare avanti fino a che la carità non avrà mai fine. E mentre nella «nostra» famiglia de il Giornale questo è chiaro, pare che al Secolo XIX nessuno lo sappia.
Andrea Testarolo

Mi auguro che il dottor Carlo Perrone, imprenditore di successo che sicuramente ha a cuore le sorti della sua azienda e nello specifico del suo quotidiano, sia consapevole di certe considerazioni che parecchi lettori del Secolo XIX fanno in merito a certe «quantomeno discutibili» scelte editoriali. Mi riferisco al titolo strillato in prima pagina «Ecco la mia vita di sacerdote gay: un prete ligure rompe il tabù dopo la svolta di Avvenire» apparso venerdì. Ebbene, ravviso la precisa volontà di screditare e di gettare fango quanto più è possibile sulla Chiesa cattolica, e sulla sua gerarchia. Si, a noi sembra proprio cosi. Qui si vuol assolvere il comportamento di un sacerdote ai margini, fino a farlo diventare icona della sensibilità cattolica.
Prima le dichiarazioni di Piazza Matteotti, poi le interviste ai Don Gallo, Don Farinella, Don Barbero, per finire con Don Felice. La sede del nostro Centro di Aiuto alla Vita ha ricevuto decine di telefonate e di e-mail di lettori indignati che protestavano proprio per il titolo e il contenuto dell'intervista a Don Felice.
Ma non solo, noi stessi abbiamo ricevuto e-mail e sms di protesta. Chi protesta è il lettore cattolico che è stufo di vedere continuamente attaccata e denigrata la sua religione. Nessuno ha chiesto di accettare la fede cattolica come propria, ma, e sono portavoce fedele di chi mi ha scritto, desidereremmo ricevere il rispetto che meritiamo. Lo stesso rispetto che si usa nei confronti delle altre religioni.
Mai una volta, infatti, leggiamo di interviste a musulmani o imam che protestano scandalizzati per, ad esempio, il Burqa imposto alle loro donne, il ruolo di sudditanza e di inferiorità riservato al sesso femminile la pratica dell'infibulazione. Nessuno si sognerebbe di attaccare o meglio mettere in discussione i principi fondanti di altre religioni. Nessuno oserebbe tanto.
Ma quando si tratta dei cattolici allora... tutto è consentito, tutto si può fare... tanto. Insomma, il Secolo XIX non si deve meravigliare se poi perde lettori e non vende più copie. La spazzatura non la vuole nessuno non la compra nessuno e soprattutto dopo un po’ comincia ad emanare un lezzo tanto insopportabile da far allontanare tutti anche i più pazienti.
Presidente Federvita Liguria