«Il calvario di nostra madre nella clinica lager»

Loro, l’Alzheimer, lo conoscono bene. Da anni. Ne hanno visto gli effetti, lo straniamento. Hanno sentito in gola il dolore di perdere una persona amata mentre è ancora viva. Anna Luisa e Carla Sciutto, due sorelle genovesi, sanno bene cosa vuol dire avere una madre affetta da un morbo progressivo che non lascia scampo. Che è più crudele anche della morte, perché ti trascina via poco alla volta. Ma Anna Luisa e Carla, fino a due mesi fa, non sapevano che c’è qualcosa peggio dell’Alzheimer. Il disinteresse di chi dovrebbe curare questi anziani tornati bambini e lo fa poco e male. Anche se lavora in una struttura che ha le facciate dipinte e le finestre con i vetri puliti. Una struttura privata alla quale, a fior di quattrini di tutti noi, la Regione e le Asl concedono convenzioni per fare quallo che il pubblico non riesce a fare. Alla mamma di Anna Luisa e Carla è accaduto proprio questo. Quattro mesi fa si è fratturata il femore e il bacino. E di lì è iniziata l’odissea. Un calvario che le due sorelle non hanno voluto tenersi per sé, ma hanno voluto raccontare in una lunga lettera inviata alle autorità cittadine, alla Regione e alla Asl3, oltre che al Tribunale per i diritti del malato. E ai giornali. E anche se non rendono pubblico il nome della struttura genovese, chiedono verifiche serie da parte di chi è preposto a controllare. Perché non accada più.
«La situazione è precipitata a febbraio, con le fratture - spiegano -: dopo un periodo di ricovero al reparto di Ortopedia del Galliera, dove peraltro nostra madre è stata seguita con professionalità e competenza, ha fatto seguito una permanenza presso una struttura di riabilitazione in cui abbiamo riscontrato tali carenze sotto il profilo organizzativo e professionale, da avere, probabilmente, contribuito ad un aggravamento del quadro clinico di nostra madre e che ora sentiamo di dover segnalare».
I guai cominciano subito. «Già dal primo giorno ci siamo rese conto che la terapia farmacologica non veniva applicata dal personale infermieristico secondo le disposizioni del medico - raccontano -. A nostra madre, che è anche diabetica, non veniva misurata la glicemia, né somministrata l’insulina ogni dodici ore come invece risultava in cartella. Noi familiari, infatti, eravamo presenti in quell’orario e potevamo, quindi, verificare se la terapia veniva praticata correttamente. Per tutta la durata del ricovero la glicemia di nostra madre, peraltro ben controllata a casa, raggiungeva sempre valori elevati, anche 420... mentre è tornata sotto controllo una volta rientrata a casa».
Le due sorelle hanno chiesto ai responsabili della struttura di fornire un materasso antidecubito, dopo dieci giorni l’anziana ne ha avuto uno non funzionante, ma non sono state accolte le richieste delle figlie di poter portare alla madre quello che aveva a casa. Idem con il cuscino antidecubito, arrivato, dopo forti insistenze, soltanto passati venti giorni.
«Anche il personale addetto alla pulizia non si allontanava da questo schema di comportamento - scrivono -: magliette, pantaloni e giacche della tuta venivamo immancabilmente strappati perché pare che l’unico modo conosciuto per cambiare e spostare i malati fosse quello di sollevarli afferrandoli per gli indumenti come sacchi di patate». Nonostante le attenzioni delle figlie e della badante che seguiva la donna a casa e che ha continuato ad assisterla anche durante i ricoveri, sul corpo dell’anziana compaiono le piaghe che ben conoscono quanti hanno a che fare con pazienti di questo tipo, costretti a letto per gran parte della giornata. «Gli infermieri ci assicuravano di praticare le medicazioni quando non c’eravamo - raccontano -, finché un giorno, vedendo che le fasciature nel frattempo erano diventate grigie e secondo noi non erano state rinnovate da troppo tempo, abbiamo sfasciato il piede di nostra mamma e ci siamo trovati di fronte a una situazione a dir poco angosciante: le ferite erano infettate, gonfie e malodoranti, i piedi erano sporchi e le medicazioni nel frattempo si erano trasformate in un impiastro nero e maleodorante. Era il 25 aprile e l’infermiera di turno ci ha detto che poteva soltanto disinfettare le ferite, ma non aveva il necessario per fare la medicazione». Le donne sono andate in farmacia e hanno acquistato il necessario per medicare il piede malato, poi, visto che l’incuria continuava, il 30 aprile hanno presentato la richiesta del trasferimento della madre in una struttura ospedaliera. «A quel punto la direzione sembrava essersi svegliata», dice Anna Luisa. Dopo le scuse del direttore responsabile che ha licenziato l’infermiera che non aveva provveduto alla medicazione, sono arrivate le rassicurazioni che l’anziana sarebbe stata seguita personalmente dai medici. «A quel punto le ferite di nostra madre sono state fotografate. Non capivamo perché, poi è stato tutto chiaro: le foto sono state allegate alla lettera di dimissioni nella quale c’era scritto che la paziente era arrivata in quello stato. Allora siamo al punto che dobbiamo fotografare l’integrità dei nostri cari prima dei ricoveri? Per il momento abbiamo chiesto la rettifica della lettera di dimissioni».
Dopo una visita effettuata all’ospedale di Sampierdarena, dove il medico ha prescritto un nuovo antibiotico per curare le piaghe, una nuova doccia fredda. «Ci siamo accorte che continuavano a somministrare a nostra madre quello vecchio, adducendo come scusa che non lo avevano trovato. Allora siamo andate a comprarlo noi e in pochi minuti gliel’abbiamo fatto avere».
Quando finalmente arriva il momento delle dimissioni la famiglia Sciutto si rivolge all’ospedale Galliera. «Abbiamo scoperto che ha un’efficace assistenza domiciliare: da quel giorno nostra madre è assistita con cura dai fisioterapisti, tutti i giorni le viene misurata la glicemia, tornata sotto controllo e si sono fermate le piaghe da decubito. Le medicazioni vengono fatte sotto anestesia e anche se sappiamo che le dita del piede sono ormai perse, speriamo di salvare l’avanpiede e comunque crediamo che possano esserle risparmiate sofferenze inutili».