«Cassano è Cassano Per lui ci vorrebbe un altro Vierchowod»

È un leader di forte personalità Prima del derby, col Genoa che ascoltava: «Date il pallone a me, con questi ci penso io». E così fu

Domenica scorsa Antonio Cassano ha sbagliato pesantemente e pagherà altrettanto pesantemente per il suo gravissimo errore di ribellarsi in maniera infantile all'autorità costituita, rappresentata dal mediocre arbitro Pierpaoli, con le cinque giornate di squalifica che gli sono state inflitte e con la conseguente decurtazione dell'ingaggio di circa 250 mila di euro. E con lui pagherà tutta la Sampdoria, orfana per oltre un mese del suo talento più cristallino.
Personalmente, però, non mi schiero tra coloro che, prendendo a pretesto questo, arrivano alla facile conclusione che Cassano faccia più male che bene alla Sampdoria. Tra i bravi ragazzi come Colombo, Rossini, Inzaghi (Simone), Cipriani, l'ultimo Bazzani e persino l'ultimo Bonazzoli e il malandrino Cassano ribadisco a chiare lettere che mi tengo stretto quest'ultimo.
Inoltre, credo che in un calcio fatto di plusvalenze e passaporti falsi, partite comprate e vendute, dirigenti inquisiti, arbitri corrotti, calciatori che prendono a pugni gli avversari o sputano loro in faccia, altri che li tirano per i capelli, altri ancora che spaccano le gambe agli avversari, oppure si dopano o scommettono sulle partite, parlare di Cassano come cattivo esempio per i bambini sia quantomeno contraddittorio e ipocrita. Ciò non toglie che Antonio debba crescere, maturare, migliorare, trovare un diverso equilibrio interiore, magari anche con l'aiuto di uno psicologo, cosa di cui non dovrebbe vergognarsi ma semmai andare fiero.
Ma è anche giusto riconoscere con onestà intellettuale che se non fosse così com'è, il Cassano che abbiamo visto tecnicamente e fisicamente negli ultimi quattro mesi non giocherebbe nella Sampdoria, bensì nel Barcellona, nel Chelsea, nel Real Madrid o nel Milan. Per fortuna della Samp, viene da dire con un'iperbole provocatoria, è fatto così.
Aggiungo un elemento di riflessione. Dopo che Cassano è tornato, sotto il profilo del rendimento sul campo, a essere Cassano, ha assunto anche il controllo dello spogliatoio blucerchiato, scalzando Volpi dal ruolo di leader. Un aneddoto. Mentre scendeva dal pullman, prima del derby, approfittando della contemporanea presenza dei giocatori del Genoa sul lato opposto, Antonio si è messo a dire ad alta voce ai compagni, allo scopo di «intimidire» i rossoblù e caricare i suoi: «Date il pallone a me e con questi ci penso io...». Cosa puntualmente successa.
Ecco, Cassano ha carattere, personalità e questa responsabilizzazione, che a differenza di altre squadre più titolate, nella Sampdoria non deve condividere con nessuno, lo esalta e lo porta a rendere da campione. Di fatto, con lui la Samp parte sempre dall'1-0 a favore. Ma il rovescio della medaglia è costituito dal fatto che più sente l'onere e l'onore di questo ruolo più ne avverte anche il peso nei confronti degli arbitri. E allora vuole farsi giustizia da solo.
Il rimedio? Mettere nello spogliatoio della Samp un altro elemento di personalità che ogni tanto lo «appenda» al muro, quando esagera. Esattamente come faceva Vierchowod con Mancini nella Sampdoria dell'epoca d'oro, costituendo un contraltare vigoroso. Anche se poi i due sedevano sempre uno accanto all'altro sul pullman della squadra. Attorno a Cassano ci sono troppi bravi ragazzi, servirebbe un altro «mariuolo» come lui.